— Povero amore!
— E quanto sono stata in pena per te, Aurelio! Sapevo che tu eri qua ad aspettare, e non potevo muovermi e vedevo là, sul caminetto, la sfera dell’orologio che correva, correva senza misericordia, con una celerità non mai avuta! Imagina, Aurelio, il mio tormento. Imagina: ho temuto di non poter venire...
— Guai, guai se non fossi venuta! — egli prorompe, rabbrividendo al ricordo della lunga aspettazione, esaltandosi al pensiero della gioja presente, provando un bisogno folle di travolgere, di confondere nel suo sogno di felicità colei ch’è sempre trepida e smarrita al suo lato. — Sarei morto d’angoscia! Sarei morto di desiderio! Credo che non avrei potuto veder l’alba di domani.
Son giunti nel folto della selva, dove l’ombra è più fitta e il silenzio più misterioso.
Gli alberi li circondano da ogni parte, neri e profondi; è impossibile distinguerne le forme dei tronchi e dei rami.
Tutto si ammanta nell’oscurità, e a pena qualche livido raggio di luna occhieggia qua e là, insinuandosi tra le fronde più alte, senza illuminare.
I pini odorano di resine.
Un uccello notturno si lagna ostinatamente sopra una vetta.
In basso, al termine del sentiere, un brano della balaustrata s’intravede ancora, candido e funereo come una pietra cimiteriale.
Il giovine si ferma. Non regge più all’émpito della commozione, e sente sgorgare dall’intimo del cuore un fiotto incontenibile di parole dolci e appassionate.