— Flavia! — esclama con una voce nuova, tremula e bassa, infinitamente carezzevole.

Tenendola sempre stretta con un braccio, le appoggia l’altra mano su la spalla e l’attira lentamente a sè.

— Flavia, — egli prosegue, — tu non sai, tu non puoi imaginare da quanto tempo io sogno quest’ora di solitudine e d’abbandono. Nessuna, nessuna ansietà mai nella vita ho provata simile a quella che m’ha tenuto e torturato mentre t’aspettavo. Era una febbre, un delirio, una sofferenza così forte che mi toglieva il respiro, m’opprimeva il cuore fino a fermarlo, mi faceva barcollare come ebro a ogni passo!... Son pochi mesi che ti conosco: mi sembrano anni ed anni che ti amo e ti sospiro. La mia giovinezza è così piena della tua imagine che per quanto affondi gli sguardi nel passato non trovo che te, te sola, padrona e arbitra d’ogni mio momento. Non sei tu quella che ho sognata nelle mie prime fantasie d’adolescenza? Non è per te che ho avuto un giorno il desiderio della gloria? Non è per te che ho studiato, ho scritto, ho voluto esser qualcuno?.... Perchè, perchè avrei sacrificato i miei più begli anni su i libri e con le vane meditazioni, se non per te, per attenderti e per riserbarti intatto il fiore della mia anima?.... Tu non mi credi, forse; lo so, altri, prima di me, ti ha insegnato a diffidare di tutto e di tutti; altri ti ha detto le stesse parole e ti ha delusa; ma io voglio oggi ridarti la fede, io sento oggi d’averne in me tanta che non mi sarà difficile d’infonderne una parte nel tuo cuore... Ti ricordi tu i primi tempi della nostra conoscenza? Hai tu compreso allora il perchè della mia continua, crescente malinconia?... Io ti posso dire che un’ora innanzi ch’io ti vedessi la prima volta, qui appunto nel giardino, ero sfiduciato, accasciato, triste da desiderar la morte, e che la tua sola apparizione è bastata a ricrearmi, a ridonarmi il desiderio della vita, a rendermi d’un tratto consapevole del mio lungo errore passato. Da quel momento io credo d’averti amata; certo, da quel momento avrei dovuto abbandonarmi lieto e fiducioso all’incanto che da te mi veniva. Eppure no, non è stato così. Ho lottato contro di te, ora per ora, come tu fossi la nemica mandata a mio danno da qualche Genio malefico. Ah, sciocco, illuso, misero! Tu eri la gioja, ed io non ti vedevo. Tu, diletta, mi movevi incontro, e l’essere fittizio, che viveva in me, mi gridava: «Fuggila!» ed io ti fuggivo! No. Ora, ora che son tuo (perchè son tuo, Flavia, lo senti? tutto tuo), ora maledico me stesso per aver ritardato questo istante divino; ora che ho aperto gli occhi e visto la luce, io ti dico: «Flavia, Flavia mia, perdona! Io ti amo!» Mi credi, Flavia? Di’: mi credi?

Ella è sempre passiva, sempre inerte. Cede a ogni suo minimo impulso, come una cosa morta. Attratta, gli si è abbattuta sul petto, con l’atto di chi sta per cader bocconi, pesantemente. Avvinta tra le sue braccia, rimane immobile e taciturna, con le mani pendule lungo i fianchi, con il capo reclinato su la spalla di lui. Ascolta ella le parole appassionate e dolci? Si direbbe che queste passino sopra di lei inavvertite, come il gemito del gufo in alto della pineta, come il fruscìo leggero che suscita ora nei rami un primo soffio di brezza.

— Non rispondi? — prosegue il giovine, oppresso d’un tratto da un vago senso d’inquietudine. — Non hai nulla da rispondermi?... Non mi credi da vero, dunque! Tu temi ch’io t’inganni o pensi ch’io m’illuda, parlandoti così in quest’ora fuggevole d’abbandono... Oh, dovresti rammentare, Flavia, il dramma terribile a cui abbiamo assistito insieme; dovresti rammentare le mie lacrime e le mie disperazioni, che non ho cercato di nasconderti; dovresti rammentare l’ultimo gesto della mia povera mamma, quando morendo riunì le nostre mani sul suo cuore.... Non sono, lo sai, nè un uomo perverso nè un fanciullo esaltato. Quei lugubri ricordi, a cui si lega indissolubilmente il nostro amore, ti dovrebbero persuadere ch’io non posso illudermi e non saprei ingannarti. Son solo, schiacciato ancora sotto il peso d’un lutto tremendo, in un momento assai grave e penoso della vita.... Come non credermi? Come puoi tu, Flavia, diffidare di me?

Egli pronunzia le ultime frasi con una voce più debole e più incerta, in cui si sente palese lo sforzo per contenere i singhiozzi. L’evocazione della sciagura recente ha riaperto la piaga profonda della sua anima, e l’ha fatta sanguinare. Una grossa lacrima discende per le sue gote, si stacca e piomba su la testa china di Flavia.

— Ti credo, sì, ti credo..., — mormora ella, scotendosi vivamente, sollevando il volto incontro al suo, cercando di scorgere tra le tenebre gli occhi che l’hanno bagnata.

— E mi ami?

— Aurelio!... Sarei qui, se non t’amassi?

— Flavia, mia consolazione, mia vita, mia gioja!... — grida il giovine, con un brivido di ebrezza suprema, stringendola più forte più forte tra le braccia.