I soffii lievi di brezza, passando tra i rami, agitano a intervalli quelle bolle livide, che salgono, scendono, si spostano, si gonfiano, si restringono con una irrequietezza nervosa di cose viventi.

Al sommo però, un fascio compatto di raggi precipita sul viale, e pare in distanza un’immane colonna bianca e diafana, che sorga dalla terra tra il nero dell’ombra circostante.

In silenzio essi raggiungono il luogo rischiarato dalla luna.

Sono al crocicchio delle due stradette, dov’è un sedile, dove sta custode impassibile l’antica erma dal viso corroso e dai seni intatti, come gonfii d’un desiderio immortale.

— Sono stanca! — ella mormora, fermandosi di fronte a lui. — Vuoi che sediamo, un poco?

Siedono entrambi, alquanto discosti sì che l’ombra dell’erma si compone sul suolo tra le loro due ombre.

Tacciono.

Ella tiene il capo reclinato sul petto e le palpebre socchiuse; egli in vece guarda d’intorno curiosamente quasi distratto dallo spettacolo, ma ha una lunga ruga pensosa, su la fronte, tra ciglio e ciglio. In fine si volge a lei e con accento d’indifferenza simulata:

— Vuoi dirmi ora, — le chiede — perchè non hai risposto all’ultima mia lettera?...

— Perchè non ho risposto...?! — esclama Flavia concitatamente, rialzando di scatto la testa come sbigottita dal suono della sua voce. E gli occhi, ancora umidi di lacrime, le si dilatano esprimendo un’ambascia profonda. — Ah, è vero: debbo dirti perchè non ho risposto, perchè non ho più scritto... Ora ricordo: è stato per questo che t’ho dato convegno qui, non per altro, non per altro...