— Vedi, anche la mia stanchezza è passata! — ella continua, scossa sempre da quel breve riso spasmodico. — Vuoi che ci muoviamo? che andiamo più in su, verso l’orto (ti ricordi le ciliege, quel giorno?), verso il mio nascondiglio, dove tu venivi a trovarmi, forse troppo di rado?... Chi sa che effetto farà con questa luna!... Sarà bello! Se andassimo là?...
— Andiamo, sì, andiamo....
Ella è, questa volta, che lo spinge; ella che lo guida su per il sentiero un po’ ripido, a traverso la pineta in cui le tenebre si son di nuovo addensate. Tenendolo stretto a sè e sollecitandolo, ella gli parla senza tregua all’orecchio con quella voce che vien di lontano, trepida, un po’ affannosa, indefinibile. Ed è palese lo sforzo ch’ella fa per distrarlo, per dissipare in lui qualunque ombra, nella sua animazione eccessiva, nell’alterazione nervosa de’ suoi movimenti, nell’incoerenza delle sue parole. Le ricordanze, le più fioche ricordanze del loro amore passano così a una a una su la sua bocca, evocate in confuso, trasformate dal suo sentimento nascosto, dalla confessione dei suoi intimi pensieri, che il giovine conosce per la prima volta, estasiandosi, maravigliandosi.
— Ti ricordi, nell’orto? — ella mormora: — tu mi raggiungesti, io ti caddi tra le braccia, e mi parve di morire, non so se per la gioja o per la vergogna.... Ti ricordi? Io t’amava già e ho cercato d’interrogarti: tu sei stato scortese, molto scortese con me, quella sera in barca.... non puoi imaginare il dolore che mi hai dato.... Rammenti? Oh, che rivelazione sono state per me due lacrime, due goccioloni tremanti ne’ tuoi occhi sempre serii, sempre aridi, sempre attenti e così freddi!... E quel giorno, su al mio rifugio? Io ho voluto vendicarmi con le tue stesse armi; ma che forza ho dovuto fare su me stessa per non saltarti al collo e non coprirti la faccia di baci.... E quella mattina, sul Motterone, quando ci siam trovati soli e m’hai parlato? Io mi sono fermata, ho detto: «Aspettiamo gli altri!»; ero così commossa, così confusa, così turbata dalla tua dichiarazione improvvisa! Se non avessi preso tempo, mi sarei tradita!... Tu non crederai, Aurelio, tu non potrai credere a quanto sto per dirti; e pure quella sera lontana, la stessa sera, in cui t’ho raccontato il mio primo amoretto infantile, io simulavo un rammarico enorme, soltanto perchè temevo che tu e Luisa mi leggeste in volto la nuova passione, che già mi infiammava. La memoria dell’altro era già morta e avvizzita; io era già tutta piena di te, come adesso, intendi, come sempre.....
Così arrivano al limite più alto della pineta, leggeri, stretti, come volando sul suolo. E Flavia parla sempre, non altro forse che per affascinar l’amante con la musica della sua voce. E Aurelio obedisce, sempre docile e rapito, alla minima pressione del braccio che lo circonda.
La cerchia degli alberi si rompe; l’oscurità li abbandona, rifugiandosi dietro le loro spalle; il chiarore li riprende, li avviluppa, li divinizza, arrestandoli attoniti e maravigliati su la soglia tenebrosa della selva.
Allora, istintivamente, Aurelio e Flavia levano la testa. Di fronte a loro il prato dalle erbe intonse, l’orto lussureggiante di piante fruttifere, il colle coltivato a vigneti fin quasi alla sommità, si ergono pallidi per nuova luce, trasfigurati da nuove ombre, nell’inondazione dei raggi lunari. Il prato sembra scosceso come un bastione tappezzato dal muschio; nell’orto, le diverse forme degli alberi si fondono tutte insieme in un’unica massa porosa e fiorita, su cui ondeggia un fluido grigio e iridescente; e gli scaglioni petrosi risplendono nitidi e ben definiti tra il bruno della terra, simili a lunghe strisce candide distese per uno strano ornamento su i fianchi della collina. Ogni colore è scomparso; ogni rilievo, spostato. Tinte, linee, contorni, sporgenze, sinuosità, tutto resta vago, trasparente, fantastico, come languente sotto una carezza diffusa che prostra, snerva, dissangua, disanima ogni apparenza.
— Osserva! Che maraviglia!... Un sogno! — ella esclama.
Egli ripete, come un’eco:
— Un sogno!