— Anch’io sarei morto tra le tue, — risponde il giovine, con un pallido sorriso. — Saremmo morti insieme, avvinti, immemori, felici....
— Felici!... Forse era meglio, non è vero?
— No, — egli esclama con forza, ergendosi di tutta la persona, mentre il suo volto si rischiara come alla visione prossima d’una gioja anche più grande.
Ella sùbito ha inteso; ella sùbito approva con il capo, ripetutamente, senza poter parlare. Ambedue, senza poter parlare, si comunicano ora con gli occhi lo stesso pensiero inebriante: «È vero! Non bisogna morire! Guai, guai se fossimo morti! Bisogna vivere, vivere molto per amarci, per provare ogni gaudio, per conoscere ogni segreto, per vedere tutte le forme, udire tutte le armonie, aspirare tutti i profumi. La vita è bella, maravigliosamente bella; e noi abbiamo le mani colme de’ suoi doni più preziosi: la giovinezza, la libertà, l’amore. Di che temiamo? Tutto il male che abbiamo sofferto non era in noi, era fuori di noi; non traeva origine dalla nostra sostanza, ma ne veniva dalle cose estranee che ci toccavano. Conviene adunque che ciascuno di noi faccia scudo all’altro della propria persona; conviene che ci chiudiamo nella nostra realità, come in una rocca impenetrabile, non accettando dall’esterno che quelle sole comunioni le quali possan rendere più gradevole la nostra gelosa dimora. Abbiamo con noi il favore della Fortuna; e la Felicità ci parla dai nostri occhi, dove si riflettono e si moltiplicano senza fine le stesse nostre imagini. L’Universo è in noi, poichè noi siamo un universo. Viviamo per intensamente amarci, per sfruttare ramo per ramo l’albero fecondo della nostra giovinezza, per provare ogni gaudio e conoscere ogni segreto.»
Rimangono così lungamente taciti, tenendosi per mano, guardandosi, sorridendosi.
E la luna, come in un sogno, li avvolge nel suo pallido incantesimo.
— Vieni, — ella mormora in fine con una voce morbida e insinuante, in cui trepidano tutte le promesse. — Andiamo alla mia casa, nel mio nido... Bisogna rivederlo questa notte... È là ch’è nato veramente il nostro amore... Vieni!
E s’avvia prima, la faccia mezzo rivolta in dietro verso di lui, traendolo per la mano.
Attraversano il breve prato senza sollevare il minimo strepito, più leggeri delle loro ombre; s’affacciano al luogo memore e s’arrestano ancora su la soglia, trattenuti da un nuovo stupore, come da un sentimento religioso, da un timore oscuro di profanazione.
Nell’ombra densa della notte, che il riflesso del colle a pena addolcisce, il piccolo spiazzo tondo pare un tabernacolo misterioso, creato per qualche antico culto silvano nel cuore di un bosco sacro. In torno gli abeti venerabili si piegano discretamente in arco, riparandolo da ogni lato, non lasciandovi penetrare un sol raggio di luna. E un languore d’alcova, un silenzio di solitudine non mai turbata, un profumo complesso d’essenze selvagge native, stagnano nell’immobilità dell’aria, che non un fremito muove. Tutto è chiuso, raccolto, nascosto in quella nicchia vegetale. Perfino il brano d’aperto cielo, che si stende su le vette degli alberi, dà l’illusione d’una cupola, dipinta in tempi assai remoti, su cui le figure siano a poco a poco svanite, lasciando solo nel fondo azzurro l’oro delle stelle, onde le loro vesti splendevano.