— Entriamo. Che si aspetta? — ella dice, esultante ma con la voce sommessa di chi sta per varcare la soglia d’un tempio.

— Entriamo.

Ella s’avanza cautamente, d’avanti a lui.

— Oh, Dio, guarda! — esclama d’un tratto, accennando verso il suolo. — Giuseppe stasera s’è dimenticato di portar giù le sedie, i miei scialli, i miei arnesi. Guarda!

Entrambi sorridono alla scoperta; entrambi si stringono la mano con la medesima intenzione. A entrambi la presenza di quegli oggetti in tal momento pare un segno straordinariamente favorevole alla loro felicità; pare la conferma sicura che ogni loro desiderio abbia a essere in ugual modo esaudito.

— Si direbbe ch’egli abbia preveduto la nostra visita — ella soggiunge. — Tutto è come doveva essere. Tutto è come tu ricordi.

E, staccandosi da lui, s’avvicina con aria di malizia infantile a uno degli sgabelli, vi siede e, a testa china, un po’ abbandonata su sè stessa, finge di riprendere con grande alacrità il suo paziente lavoro di ricamo.

— Eccomi al posto. Ora io t’aspetto.

— Anima! — mormora l’amante affascinato da quel giuoco, con un brivido di gioja orgogliosa, mentre tutte le memorie dell’incerto passato si accumulano nell’anima sua e si disperdono a brani, nebbie dissolte dal sole.

Barcollante in guisa d’un ebro, egli s’accosta all’incantatrice; si gitta alle sue ginocchia, le mette supino la testa nel grembo e, con un gesto tremulo d’invocazione le tende in dietro le mani aperte per un invito d’amplesso delirante.