Non è che un attimo.
Ella si solleva ritta sul busto e rimane seria e immobile a osservarlo dall’alto con un’espressione dura e quasi ostile di penetrazione. Su la sua fronte, dove i capelli più brevi insorgono come i raggi d’un barbaro diadema, un pensiero cupo e profondo si disegna nella profondità delle rughe. Pare che la sua fisonomia si complichi, s’oscuri fino a divenire enimmatica....
Poi d’un tratto il suo capo si scuote vivamente ed ella, come vinta da un languore repentino, piega sopra di lui e gli si concede sospirosa tra le braccia.
— Flavia, — egli implora sommessamente, non potendo dal basso vederla, non potendo sentirla bene contro il suo cuore, non riuscendo a incontrare con la sua bocca le labbra desiderate — Vieni, vieni qui più vicina.
— Dove vuoi, — mormora ella come in sogno.
E, attratta con dolce violenza dalle mani del giovine, scivola senza resistere giù dalla sediuola per cadergli mollemente al fianco su l’ampio scialle disteso al suolo a mo’ di tappeto.
L’oscurità del luogo li assorbe; taciti, confusi in gruppo, invisibili nell’ombra, essi restano là protetti dalle ali della notte clemente, mentre nel cielo la luna incomincia a dichinare verso i monti occidui e su la terra i primi segni antelucani si manifestano di qua e di là, perduti nell’infinita calma, come timide inascoltate sollecitazioni all’alba che indugia.
Lo strillo acuto d’un gallo ha già risonato d’improvviso, simile a un grido guerriero, là su i colli, in lontananza; sùbito dopo, un altro strillo solitario ha risposto da presso, sotto la chiesa, men forte, meno libero del primo, rauco e come soffocato in gola dal sonno bruscamente interrotto. E già a più riprese il brivido del gelo crepuscolare ha percorso il giardino, turbando la quiete della selva e del prato, diffondendo intorno un susurro fioco di vita che si ridesta, preannunziando alle cose tutte il termine delle tenebre e del silenzio. Ma gli amanti, chiusi e isolati nel cerchio del loro gaudioso mistero, non sentono, non odono, non vedono più nulla. In vano il soffio della brezza bisbiglia alle loro orecchie il suo gelido ammonimento; in vano gli abeti s’agitano in giro con un fragore sordo di minaccia; in vano trepidano sgomente l’erbe ai loro piedi; in vano su le loro teste intona una capinera il melodioso inno mattutino. Nulla vale a vincere la potenza fatale ed esclusiva del Sogno! Essi non sentono se non il tepore delle loro carni; non odono se non i sospiri delle loro bocche; non vedono se non la luce delle loro anime, dove l’eterno fuoco brilla e avvampa, omai inestinguibile. Qualunque comunicazione con l’esterno è rotta; il mondo delle apparenze è scomparso; il passato è abolito; l’avvenire non è che un velo opaco e fluttuante su cui l’attimo fuggevole projetta il bagliore della sua bellezza. Essi son soli, assolutamente soli, in uno squallore senza confini, fuori del tempo e dello spazio, fuori della realtà, nel nulla. E vivono, vivono, e son felici di vivere, ignari di tutto e di tutti, immemori forse anche di sè medesimi, sconosciuti, umili, abjetti; vivono, paghi di quell’attimo più che d’una eternità, contenti del palmo di terra, che li raccoglie, più che d’un immenso magnifico impero.
È l’ora delle delizie e degli oblii, supremi. — Esiste un’umanità? Esistono altri esseri su la Terra? Non son plaghe ignote e deserte quelle che si distendono nell’ombra oltre la spira avvolgente delle loro braccia intrecciate? Non bastan forse le loro due vite ad animare tutto l’universo? — Certo, entrambi hanno in quel breve lasso di tempo la ferma convinzione d’una assoluta solitudine intorno a essi, il sentimento netto e definitivo della loro sufficienza in una assoluta solitudine. E ciascuno, inconscio e risoluto, prova il bisogno imperioso d’unirsi all’altra creatura superstite d’un mondo inutile e distrutto, di sentirla, di mescolarsi perdutamente con essa in un abbraccio quasi cruento, in una congiunzione così intima da divenire insieme un solo unico essere.
— Flavia!