— Aurelio!
— Anima mia!
— Mia vita!
— Amore! Amore! Amore!.....
Essi si chiamano a vicenda, continuamente. Essi si allettano piano, senza voce, soffiando le proprie parole più che non proferendole, bevendo le parole altrui più che non udendole. E tutte le dolcezze, tutte le tenerezze, tutte le delicatezze del linguaggio umano rampollano dai loro labbri, spontanee e vive come le stelle dal cielo in un vespero sereno; e tutte le eloquenze parlano nelle loro anime, tutti i gaudi sospirano, pregano tutti i fervori, osannano tutti gli entusiasmi che nessun linguaggio mai riuscì a esprimere. È l’estro oscuro della Specie che stimola e infiamma le loro facoltà liriche, quell’estro medesimo onde sono ispirati i canti maravigliosi degli uccelli nel tempo sacro alle nozze. È l’eterno Poema della Passione che si svolge impetuosamente dentro di loro, attingendo i culmini dell’estasi e dello spasimo. È il turbine della Felicità creatrice, che li avviluppa, li acceca, li inebria, ne precipita i corpi avvinti in fondo agli abissi della materia per sollevarne gli spiriti fusi in alto, sempre più in alto, verso le magiche regioni invocate dal loro desiderio, là dove non dominano nè orgoglio nè vanità nè convenienza, là dove è sola realità il Sogno, sola e suprema legge l’Istinto.
— Flavia, ti amo!
— Ti amo, Aurelio! Ti amo!
«Amore! Amore! Amore!» La più che dolcissima parola ritorna a ogni tratto nel loro bisbiglio continuo, come il motivo dominante d’un’irrequieta e sublime polifonia; si ripete senza fine, sempre la stessa e sempre nuova, — sintesi insuperabile d’ogni loro pensiero, di ogni sentimento, d’ogni sensazione, — sovrano Verbo che tutto significa, tutto spiega e giustifica.
— Sei felice? — egli domanda, stringendosi più forte a lei, come se un dubbio improvviso l’avesse turbato.
— Son tua, tua, tua.... — ella risponde con la voce rauca, follemente, smarritamente.