Il vento, che soffiava ora favorevole, un po’ scemato di forza per l’approssimare della calma meridiana, faceva proceder la barca più leggera, come scivolasse su le onde. Dalle cime i vapori erano scomparsi: una serenità umida rendeva l’aria d’una singolare trasparenza, accentuava i rilievi e le tinte del paesaggio maestoso. Sul promontorio di Pallanza e su la breve elevazione dell’Isola Madre, le varie forme degli alberi si distinguevano nette e precise, uscendo dallo sfondo uniforme dei dossi più lontani. Le cave del granito intorno a Baveno biancheggiavano fastidiose al sole, simili a immani volute di neve.
— Guarda, — soggiunse Aurelio, indicando con un gesto circolare il lago, — conosci tu un paese più dolce di questo?
— Davvero, è superbo. Si direbbe che una lunghissima città si distenda su quella riva, infinitamente.
— E da questa parte, in vece, tu non vedi un’abitazione; il bosco è profondo e deserto a perdita d’occhio. Io conosco tutti i sentieri che corrono sotto quelle vòlte di verzura; ve ne ha d’incantevoli, dove la solitudine ti appar così grave, che li diresti segnati non dall’uomo, ma dall’oscuro capriccio della terra. Camminando a traverso quei boschi silenziosi, sopra tutto nel crepuscolo, tu ti senti un altro essere, nato come in tempi assai remoti, vivente una vita primordiale, il quale presagisca per una misteriosa divinazione la civiltà dell’età nostra. Io, vedi, ho provato in questo mese le più bizzarre transposizioni dello spirito; ho bevuto alle sorgenti della vita le più pure essenze; ed ora mi pare d’esser così forte, così compatto, così sicuro di me e del mio destino, come da molti, molti anni non mi sentivo. Credi?
Luciano lo fissava, trasognato. Gli domandò:
— E sei sempre stato solo?
— Sempre.
— Non conosci dunque nessuno? Non ci sono altri villeggianti qui a Cerro?
— Ci sono, ma non li conosco; e non li voglio conoscere.
— Ti annojerai pure, qualche volta?