— No, mai....
L’amico tacque, meditabondo; e ritornò a guardare con occhio invido laggiù, all’altra riva, dove una città lunghissima si distendeva infinitamente nella gloria bionda del sole.
A una svolta, inaspettato nel verde del castagneto, il villaggio tranquillo apparve.
— Ecco l’eremo! — esclamò Aurelio con gioja, indicando il palazzo allo Zaldini.
Donna Marta, al riparo d’un largo ombrello nero, era discesa su la spiaggia a incontrarli, e sventolava un fazzoletto in segno di saluto. Ella accolse l’ospite con molta cordialità; lo ringraziò d’esser venuto a portare un ricordo delle consuetudini urbane in quella plaga abbandonata, che aveva reso il nipote oltre modo rozzo e scortese; anche, gli domandò amabilmente notizie della Rivista, benché avesse sempre avuto per questa creazione d’Aurelio una speciale antipatia.
Risalì quindi con loro verso il palazzo, chiacchierando animatamente, con insolita festività. Come però il suo respiro era rantoloso e l’ascesa l’opprimeva, ella dovette sostare due volte anelando, e alfine appoggiarsi al braccio del nipote per raggiungere il sommo del rialto.
— Come ti senti oggi, mamma? — le chiese Aurelio, impensierito.
— Così, così... non troppo bene; soffro un poco d’asma.... stanotte non ho chiuso occhio....
Soggiunse sùbito rivolta allo Zaldini, sorridendo:
— Sono i maledetti acciacchi dell’età mia. Non c’è di che stupirsene. A settant’anni battuti la vita è già un prodigio.