E parlò d’altro.
Su la porta del palazzo avvenne un subitaneo incontro: le signore Boris uscivano per la passeggiata mattutina. Dal giorno del loro arrivo, Aurelio non le aveva più vedute, quantunque l’avola fosse già entrata con esse in amichevoli rapporti. Flavia, assai leggiadra nell’abito roseo, veniva prima, la testa alta, il seno proteso nell’erezione leggermente arcuata della persona; a fianco l’una dell’altra, susseguivan poi, in silenzio, la biondissima, un viso esangue e capriccioso illuminato da due chiari occhi procaci, e la madre, solenne e trionfante della sua pingue maturità e della sua bellezza ostinata.
Si salutarono, passando. Donna Marta e il nipote entrarono sotto il peristilio. Luciano, che pareva molto maravigliato di quelle presenze, si fermò un attimo, involontariamente, su la porta per riguardare le tre donne, mentre discendevano a passo lento gli scalini del rialto, incerte ancora su la via da percorrere. Udì le due fanciulle che mormoravan tra loro alcune parole e ridevano; le vide aprire al sole gli ombrelli variopinti, e rivolgersi indietro verso la madre per consultarla. Come i suoi sguardi s’incontraron con quelli di Flavia, egli sùbito si ritrasse, un po’ confuso della distrazione, e raggiunse gli ospiti i quali non s’eran peranco avveduti del suo breve indugio.
— Conduci l’amico tuo in camera. Egli avrà bisogno di ravviarsi un poco, — disse donna Marta al nipote. — Ricordatevi: fra mezz’ora la colazione è pronta.
Quando i due giovani furon soli su le scale, Luciano non potè più contenere la sua maraviglia per la piacevole apparizione. Egli inseguì Aurelio che lo precedeva, gli cinse con un braccio il fianco, lo scosse con forza e gli susurrò all’orecchio scherzosamente:
— Ah, impostore! Tu chiami dunque un eremo, questo?! Ma questo è il giardino d’Armida.... con la differenza che Armida era sola e qui è bene accompagnata. Ah, ora capisco perchè non ti sei mai fatto vivo in questo mese; ora capisco l’incanto delle viottole perdute nel bosco; ora so bene a che sorgenti hai bevuto le pure essenze della vita! Se non ti dà ombra la mia concorrenza, son pronto anch’io a ritirarmi dal mondo per far l’eremita con te. Mi vuoi? Di’: mi vuoi?
Rideva pazzamente. E anche Aurelio rideva; ma gli scrosci giocondi di Luciano contrastavano assai col suo ghigno fioco, un po’ beffardo. Egli pensava: «Costui non vede la felicità che nei piaceri meno nobili del senso e del sentimento; l’Idea per l’opposto lo lascia freddo, stupefatto, tutt’al più curioso. E non può assolutamente capacitarsi che alcuno, migliore di lui, abbia a trovare in Essa il più alto godimento della vita! La donna, sempre la donna! Sopra ogni pensiero pende nel suo cervello, come un torbido astro, l’imagine del connubio immondo. Egli è lo schiavo sottomesso della sua carne: il basso istinto della generazione lo domina tutto e ne inquina ogni facoltà fisica e morale. Posso io dunque esser l’amico d’un uomo simile?»
Giunsero nella camera destinata all’ospite, una camera, come tutte le altre, spaziosa, squallida, forse un po’ più chiara perchè prospiciente il lago. Aurelio sedette su una vecchia poltrona, e Luciano, mezzo svestito, interruppe la sua celia per refrigerarsi il capo e le mani in una tinozza piena d’acqua.
L’Imberido, che fin allora non aveva aperto bocca, si volse d’improvviso al compagno e gli domandò:
— Tu credi dunque ch’io conosca quelle signore? Ebbene oggi è stata la prima volta che le ho salutate.