— Divertenti?... Forse. Ma gli è appunto perchè son tali che non fanno al mio caso. Io non sento alcun bisogno di divertirmi; la vita nostra è troppo breve per concedere uno svago a chi s’è prefisso qualche scopo di là dalla vita stessa e all’infuori degli umili sodisfacimenti corporali, che son comuni alle bestie come agli uomini. E poi l’amore è un giuoco troppo assorbente e troppo pericoloso. Si sa come comincia; non si può sapere come finisce!... E quasi sempre finisce male.... molto male, quand’anche finisce!...

Parlava piano, gravemente, con una leggera intonazion malinconica. Come ogni volta che l’anima gli si schiudeva a una confidenza, il suo sguardo velato, in cui la luce esterna pareva rifrangersi, naufragava mobilissimo nello spazio quasi cercando un ideal punto d’appoggio. Anche l’amico, vinto dalla suggestione delle sue parole, erasi fatto d’un tratto serio e meditabondo.

Tacquero.

Sopra di loro il tragico soffio della coscienza vitale passò. Liete o tristi, legate al senso o all’idea, schiave degli impulsi elementari o delle più squisite ansietà del pensiero, le vite loro e le altre tutte avevano una medesima sorte, spezzavansi contro lo stesso ostacolo, si dissolvevan come gocce nel gran fiume inarrestabile dell’umanità. E, su quel tumultuar d’esistenze perdute, sospinte verso una foce misteriosa, il torso della Sirena emergeva, terribilmente bello, simbolo eterno di fecondità, lusinga ammonitrice d’una Forza suprema che voleva la vita e contro la quale ogni ribellione era follìa.

I due giovini ebbero insieme, durante il lungo silenzio, la confusa visione di questa imagine, la torbida consapevolezza della vanità d’ogni cosa per le loro individualità effimere, condannate a una breve comparsa su la Terra, e poi, dopo aver procreato, a dileguarsi fatalmente nel nulla. Il comune destino li affratellò; la vertigine del tempo li spinse l’un verso l’altro, quasi per sorreggersi a vicenda su l’orlo della tenebrosa voragine che avevano scandagliata. Istintivamente si guardarono negli occhi con un’espressione profonda di simpatia e d’incoraggiamento; sorrisero l’uno all’altro; parvero attingere in quello sguardo e in quel sorriso il provvido oblio dell’Abisso, la fiducia nelle proprie forze, il sacro desiderio di vivere, di combattere o di godere.

Aurelio si levò in piedi di scatto, come si sottraesse a un incubo, e disse a voce spiegata:

— Veramente si han troppe cose da fare....

Poi soggiunse, alzando il capo con quel suo atto d’orgoglio e quasi di jattanza:

— Ma siamo giovini: le faremo. Non è vero?

— Oh tu, di certo, — rispose umilmente lo Zaldini; — io? Io farò quel che potrò. E tutto sarà per il meglio, come sempre.