Discendendo le scale, Aurelio mise il suo braccio sotto il braccio dell’amico, con familiarità insolita. Sentivano entrambi il bisogno di parlar di cose leggere, futili, impersonali: a richiesta dell’Imberido, Luciano spiegò i progressi notevoli fatti dalla Rivista in quegli ultimi tempi, gli comunicò il numero delle copie che si stampavano, il crescente afflusso d’abbonati in amministrazione, il reddito netto dell’impresa che prometteva tra non molto di coprire il disavanzo ridotto omai a una cifra lievissima. Durante la colazione, essendo poi venuti a discorrer di Cerro, Aurelio narrò la storia della sua fondazione, che risale soltanto al secolo XVII nell’anno memorabile della più cruda pestilenza; anche, narrò la curiosa leggenda del cimitero villàtico, sòrto — a quanto si dice — sopra il campicello recinto dove un famoso bandito di nome Polidoro aveva sepolto i resti delle sue vittime numerose.
Luciano l’ascoltava con un’espression forzata d’attenzione, gli occhi incantati ne’ suoi, la testa un po’ inclinata dalla sua parte, quasi per meglio afferrare il senso delle parole che gli sfuggiva; di quando in quando però, senza volerlo, si distraeva, sembrava concentrarsi profondamente in sè stesso, si rivolgeva con un moto improvviso a donna Marta per lodare con qualche frase ammirativa il gusto di una vivanda, la freschezza dell’acqua, l’eccellenza del vino paesano, un vinetto limpido, leggero, un poco acidulo. Egli assumeva una specie di solennità cogitabonda d’avanti a una mensa; assaporava sapientemente, con una palese volontà di godere; pareva che s’obbligasse a pensare ciò che sentiva, per una raffinata arte di sensualità.
Quando assaggiò una gran pasta dolce, che donna Marta aveva preannunciata come una squisita ghiottornia, egli non potè più contenersi, e l’allegro entusiasmo scoppiò.
— Signora mia, — egli proruppe; — mi permetta di farle le mie più vive congratulazioni: questa focaccia è un miracolo di bontà, è il capolavoro delle focacce. Ella deve assolutamente insegnarmene la ricetta; io poi la comunicherò a mia sorella Maria, la quale sta per divenire, mercè mia, una cuciniera di prim’ordine. Perchè, signora, io mi sono imposto un compito da padre previdente: non potendo fare altro per essa, vado preparandole una dote di sapienza gastronomica, che la renderà senza dubbio assai preziosa e invidiata tra le ragazze da marito.
Rideva a tratti, in così dire; e anche donna Marta rideva, mentre lo incitava a rifornire il piatto, rapidamente sgombro, del dolce prelibato. E le targhe zuccherine succedevano alle targhe e scomparivan tra le risa nella bocca vorace.
Udendolo, osservandolo, Aurelio pensava: «Ecco: egli è beato; ha già dimenticato i nostri discorsi di poc’anzi, e senza serbarne la minima traccia amara nello spirito. È bastata una semplice sensazione gradevole per infondergli dentro la gioja di vivere; è bastato un fatto organico inferiore per ridargli la piena sodisfazione di sè medesimo. Ogni inquietudine cerebrale è stata vinta e dispersa in lui dal piacer bruto di nutrirsi!...» Egli l’osservava, soggiacendo contro l’amico all’invidia istintiva che ognuno prova al cospetto d’un essere più felice; ma l’invidia era incosciente, assumendo dentro di lui la fallace parvenza d’un sentimento neutro, quasi d’una fredda curiosità scientifica. Avveniva assai di sovente ch’egli s’ingannasse nell’interpretare i suoi moti interni; l’abitudine continua dell’astrazione e lo sforzo di formular verbalmente i suoi pensieri distoglievano facilmente la sua attenzione dalle intime cause psicologiche che originavano il lavorío mentale. Per tal modo i suoi sentimenti rimanevan quasi sempre oscuri, impenetrabili, sottratti a ogni freno e a ogni vigilanza della volontà.
Finita la colazione, donna Marta, accusando un po’ di malessere, si ritirò nella propria camera, e i due giovini vollero tentare una passeggiata nei boschi circostanti. Ma l’ora non era propizia. Sul lago, immoto e abbacinante, stagnava l’afa del meriggio; il sole, alto nel cielo chiaro, lasciava cadere a perpendicolo i suoi raggi infocati, che si slargavano in macchie rance su le praterie, correvano in accese strisce lungo le viottole, s’immillavano come strali d’oro a traverso il fogliame del castagneto, bollando d’innumerevoli cerchietti tremuli la terra in ombra. Anche nel fitto del bosco la caldura, non mitigata dal più lieve soffio d’aria, quasi inasprita dallo strepito incessante delle cicale, era insoffribile. I due giovini furon costretti a ritornar sùbito su i loro passi e rientrare in palazzo. Luciano, oppresso dall’afa e dal travaglio della digestione un po’ faticosa, andò a gittarsi sul letto e s’addormentò. Aurelio si chiuse nella sua stanza, dove riprese tranquillamente i suoi studii, interrotti dall’arrivo e dalla presenza dell’amico.
Non ne uscì che ai richiami iterati di Luciano dal giardino e a un rabbioso squillo della campanella, dopo oltre cinque ore di continua occupazione.
Entrando nella sala da pranzo, egli al primo sguardo s’avvide che la nonna era di pessimo umore, probabilmente irritata contro di lui perchè aveva lasciato solo l’ospite durante l’intero pomeriggio. Ella non levò gli occhi dalla tavola quand’egli comparve, e rimase poi lungamente muta, covando dentro lo sdegno che presto o tardi avrebbe dovuto esplodere.
L’esca fu accesa innocentemente da Luciano, quando domandò all’Imberido come avesse passato tutto quel tempo nella propria camera. Alla risposta assai calma di questo: