— Ho lavorato, — la testa irosa della vecchia si rialzò con impeto fulmineo. Un fiotto di parole aspre ruppe dalla sua bocca, violentemente.
— Non potevi dunque aspettar domani?... Era proprio necessario che tu continuassi oggi il tuo lavoro inutile e odioso?... L’amico tuo è da tre ore che s’annoja, solo, aspettandoti! È venuto a cercarti: eri chiuso a chiave, come se avessi avuto paura di farti sorprendere! Si direbbe che tu abbia qualche mistero da nascondere in quelle tue maledette stanze!... Io.... io, lo sai, mi sono ormai rassegnata: non ci metto più piede, cascasse il mondo, e non te ne parlo più. Ma che tu continui le tue abitudini d’orso, nascondendoti nella spelonca anche quando abbiamo con noi un ospite venuto per te, questo poi no, non lo sopporto e non lo sopporterò mai!...
Era l’antico rancore che le suggeriva le parole; quel rancore ch’ella provava sopra tutto contro le occupazioni predilette del nipote, di cui non riusciva a intender bene le mire e le ambizioni. Donna Marta, uscita da una famiglia di borghesi intraprendenti, avrebbe voluto che Aurelio, dappoichè non era più ricco, avesse esercitata una professione lucrosa, approfittando della sua laurea in giurisprudenza e delle sue attitudini oratorie. Gli studii e il lavoro di lui eranle per ciò più intollerabili dell’ozio medesimo; e non poteva trascurare un’occasione di rammentarglielo.
Mentre l’avola lo rimproverava, il giovine mangiava silenziosamente, scambiando a intervalli un’occhiata con l’amico. E questi, un po’ confuso, cercava con una qualche uscita burlesca d’interrompere il sermone o almeno di renderlo meno aspro e inquietante. Ella in vece proseguiva così concitata, così convulsa che pareva dovesse da un attimo all’altro rimanere senza respiro.
— Vede, Zaldini? — diceva ora rivolta all’ospite: — è sempre così. Io vivo assolutamente sola. Non lo posso più vedere che a colazione e a pranzo, e spesso debbo anche aspettarlo a tavola inutilmente!... Come non bastassero le tristi figure che son costretta a fare dovunque, per colpa sua!... Ella non crederà, Zaldini: io non sono ancora riuscita a persuaderlo ch’egli è in dovere di presentarsi alle signore nostre vicine. Esse, naturalmente, sanno che c’è; desiderano di conoscerlo; m’hanno anzi pregata di condurlo meco in casa loro, e non una sola volta han ripetuto la preghiera! Io, che debbo dire? Che posso fare? È una vergogna! Una scortesia incredibile e ingiustificabile!... Ma chi lo fa capire a un ostinato di quella forza?...
— È verissimo! — interruppe d’un tratto lo Zaldini, parendogli questo un buon appiglio per deviare il tema del discorso, e insieme per mettere nell’impiccio lo schivo amico. — Perchè dunque t’ostini a star lontano da quelle signore? Hai paura forse di perdere i tuoi sonni tranquilli, conoscendole?
— No. Ho paura di perdere il mio tempo, che è ben peggio, — mormorò sordamente Aurelio.
— Ma chè, ti pare? Non c’è bisogno di rimaner con loro da mattina a sera e da sera a mattina. M’imagino ch’esse medesime non te lo permetterebbero. Una mezz’ora al giorno in loro compagnia, credo però che la potresti passare senza sacrificio.
Donna Marta, già un po’ più calma, intervenne.
— Io non chiedo tanto da lui, — ella disse. — Desidero solamente ch’egli non scappi quando le incontra nel cortile o per via, e che venga una sola volta con me a salutarle. Poi lo lascio libero di rintanarsi dove e come gli piaccia.