— Dunque?! — esclamò Luciano, allargando comicamente le braccia, e fissandolo con uno sguardo penetrante, pieno di sottintesi maliziosi.
Aurelio, stretto dalle due parti, si difendeva debolmente; mormorava seccato timide frasi, in cui il diniego si diluiva in giustificazioni, in desiderii di lavoro, di libertà, di quieto vivere. Alla fine, come l’angustiava maggiormente quel diverbio che non l’idea stessa d’esser presentato alle signore Boris, acconsentì.
— Bene! — gridò trionfalmente lo Zaldini, quand’egli ebbe pronunciato il «sì» strappatogli a forza dalla sua insistenza. — Allora la solenne presentazione del monstrum avvenga questa sera medesima. Così avrò anch’io la fortuna di conoscerle, ciò che desidero con tutto il trasporto dell’anima mia.
Il ritrovo serale di donna Marta con le signore Boris era il piano del rialto d’avanti alla porta del palazzo. Le ragazze usavano accoccolarsi su l’erba molle del pendío, le due donne si facevan portare le poltroncine dall’interno; e la conversazione si prolungava finchè il tramonto era esausto e le tenebre occupavano intense la valle del lago.
Quella sera, quando donna Marta apparve su la soglia col nipote e con l’ospite, le vicine eransi già accampate e chiacchieravan giocondamente tra loro, ridendo forte. Quelle risa fecero su Aurelio un’impressione singolare: gli ricordarono vagamente voci conosciute. Quali?
— L’avvocato Luciano Zaldini, — disse la vecchia; poi, accennando Aurelio, soggiunse con un accento diverso, un po’ sarcastico: — E questo è mio nipote, l’invisibile.
I due giovini s’inchinarono. Le donne abbassarono il capo con grazioso sussiego: soltanto la bionda aperse la bocca a un fuggevole sogghigno, che sembrò all’Imberido un’acuta puntura di spillo. Dopo la presentazione, l’avola andò ad accomodarsi nella sua poltroncina che era già pronta accanto alla signora Boris; Aurelio s’abbandonò come stanco sul sedile di granito accosto al muro, e Luciano rimase ritto in piedi d’innanzi alle due giovinette.
Il vespero non era perfettamente sereno: alcune masse plumbee di vapore offuscavano l’occidente, anticipando la mezz’ombra del crepuscolo. Su lo spiazzo, di solito deserto, ferveva un’animazione quasi febbrile; molte femmine, su la riva, aspettavano ansiose le barche delle filandaje, di ritorno per la festa del domani dagli opificii d’Intra e di Pallanza: nel prato, tra i salici e i gattici sottili, quattro o cinque bambine tutte bionde giocavan silenziosamente, ammontando i ciottoli del greto.
I discorsi incominciaron sùbito vivacissimi tra le donne e lo Zaldini. Si parlava, con grande volubilità, delle cose più varie e disparate: di abitudini di campagna, del caldo in città, di comuni conoscenze, di futili avvenimenti che parevan degni di memoria sol per il nome noto delle persone che vi avevan preso parte. E i comenti, le osservazioni, le sentenze spuntavano di quando in quando a mezzo di quei discorsi — comenti ingenui, vane osservazioni, sentenze plateali a base di luoghi comuni e di frasi fatte. Aurelio, rimasto fuori del crocchio ciarliero delle donne che gli volgevan le spalle, taceva e osservava in preda a un tedio schiacciante. Quella conversazione gli sembrava intollerabile; non poteva capacitarsi come l’amico suo vi si frammescolasse con tanta spontaneità di piacere. Certi scatti subitanei d’ilarità giungevano a lui più ingrati che il soffio d’un lezzo nauseoso; certe uscite, che l’obbligavan per poco all’attenzione, riempivano il suo spirito d’insofferenza, sì ch’egli doveva far forza contro sè stesso per non allontanarsi da quel posto di tortura.
— Gli uomini son leggeri come farfalle, — udì sentenziare la bionda, fissando i suoi chiari e cupidi occhi in quelli di Luciano.