— Io, se per caso prendo marito, voglio che....

— Ma se è sempre così: l’uomo si stanca presto della sua casa, della moglie, dei bambini, e allora...

— No, no, credi a me, Luisa; io lo dico sempre: è assai meglio rimaner zitelle fin che si può.... Si è sempre in tempo per fare il salto nel bujo!....

Luciano, difendendo il suo sesso dalle accuse femminili, rispondeva gravemente, discuteva con calore gli argomenti più sciupati, accusava a sua volta la donna di leggerezza e di crudeltà; solamente a intervalli si permetteva qualche facezia arguta e sottile che sollevava d’improvviso le proteste di tutto il crocchio.

In tanto Aurelio, infastidito da quelle ciarle insulse, erasi distratto a poco a poco nella ottusa contemplazione della scena. Le barche, che avevano tragittate le filandaje, giungevano ora confusamente, ondeggiando, presso il lido. Sul riflesso livido dell’acqua i cerchii, spogli delle tende, si disegnavan neri e lugubri, come costole d’immani scheletri ribaltati; e i profili indecisi delle fanciulle, strette e pigiate tra quei cerchii, avevano una mobilità informe, che pareva un brulichìo. Cantavano alcune un canto malinconico, all’unisono, seguendo il ritmo grave dei remi nell’acqua. Quando giungevano a una cadenza, le altre tutte sposavano le loro voci a quelle poche, e un lungo grido saliva per l’aria, simile a un appello desolato di naufraghi. Poi susseguiva una pausa, qualche riso incontenuto, un ululo impaziente di salutazione alle donne che aspettavano, e il canto incominciava di nuovo, flebile e basso.

Le barche approdarono. Accorsero in torno le femmine, chiamando, interrogando, stendendo le avide mani verso le figliuole, che sapevan fornite del gruzzolo, con un trasporto folle di cupidigia. Si formò un gruppo compatto, multicolore, strepitante d’avanti alle prue cariche come d’un denso grappolo vivo. Le filandaje, il capo avvolto negli scialletti chiari, un canestro appeso al braccio, si contrastavano il passo, si sospingevan con i gomiti, cadevano a una a una nelle braccia delle aspettanti, con la bocca aperta a un vacuo sorriso di trionfo. Le prime discese dalle barche, vogliose d’uscire, avevan determinato nella ressa una corrente; alcune compagnie si dirigevan già a passo sollecito, disperdendosi, verso il villaggio. A poco a poco il gruppo s’assottigliò: lo spiazzo arsiccio si macchiò per qualche istante di capannelle silenziose che s’affrettavano al povero desco familiare. E la solitudine consueta riprese il suo dominio severo, nella lenta mestizia del crepuscolo.

Aurelio seguì con un pietoso sguardo, finchè disparvero, le miserabili, che la vicina festa e il riposo d’un giorno bastavano a esilarare. Splendeva su quelle anime semplici e inconsapevoli il raggio dell’eterna Consolazione: le loro vite, condannate a un perenne sacrificio, attingevan certo a una qualche miracolosa sorgente la forza di resistere alle fatiche diuturne, alla monotonia accasciante delle abitudini, alle umiliazioni, alle privazioni, agli stenti, agli strazii. E la sorgente del miracolo non poteva esser se non l’Amore, la sacra febbre di tutti i nati, quella che perpetuava la loro razza di bruti dolorosi, su le campagne frustate dal sole, nelle fabbriche attossicate dal fumo, negli squallidi ricoveri del gelo e della fame! «Perchè? Perchè?» si domandò il giovine, angosciosamente.

Una voce prossima lo trasse d’improvviso dalla sua meditazione.

— Conte, — disse Flavia, piegando indietro il viso verso lui; — ci scusi se le volgiamo poco amabilmente le spalle. La colpa non è nostra: è lei che ha scelto quel posto....

Soggiunse poi con un sorriso a pena accennato, socchiudendo le palpebre alla maniera dei miopi: