— Se lei volesse avvicinarsi un poco a noi.... Io e Luisa invochiamo la sua autorevole protezione contro gli attacchi ingenerosi dell’amico suo.

— Eccomi, — rispose Aurelio, alzandosi, fulminato da un’occhiata imperativa dell’avola.

Lo Zaldini, dimentico omai d’ogni sussiego urbano, s’era disteso su l’erba del pendìo accanto a Luisa, e le parlava a mezza voce, concitatamente, mentre la fanciulla, tutta scossa dal riso, arrovesciava indietro la testina capricciosa, scoprendo la gola liscia d’un candor d’alabastro, e protendendo le delizie dei seni rigidi e forti in una pulsazione inebriante. Quand’ella rideva, il giovine per un minuto ammutoliva, intesi l’occhio e l’animo a raccogliere il dolce frutto della sua malizia.

Aurelio s’avanzò, come un automa spinto da una volontà esteriore, e venne a sedersi presso la signorina Boris.

— Ah, così va bene! — gridò allegramente Luciano, vedendolo accostarsi; — ti giuro che non è cosa agevole tener testa da solo contro due avversarie gentili, belle ma spietate. Io stava per arrendermi, ed era una triste e umiliante necessità per un uomo di battaglia com’io sono. Ora, viribus unitis, spero che le sorti della tenzone muteranno.

Si volse di nuovo a Luisa, e riprese sùbito il suo discorso interrotto, a bassa voce. Flavia, con un cenno cortese e incoraggiante del capo, domandò all’Imberido:

— Ella lavora molto, non è vero?

— Molto, — rispose Aurelio gravemente.

— Troppo, forse...?

— No, non mai troppo. Io vengo in campagna soltanto per lavorare. Le distrazioni della città mi rendono affatto incapace d’un’occupazione continuata e severa.