Nel proferire queste parole, egli non ebbe un’inflession carezzevole di voce; parlò come un maestro che spieghi la lezione a un allievo indifferente. S’aspettava un mutamento subitaneo di contegno in lei: ch’ella s’offendesse e cessasse d’interrogarlo, o almeno che, rinunciando a ogni inchiesta sentimentale, passasse con la leggerezza propria delle femmine a tutt’altro discorso. Ella in vece s’accontentò di guardarlo attentamente, e parve a lui di sorprendere in quello sguardo anche un lampo di simpatia.
— L’han dunque fatto molto patire le donne per renderselo così avverso? — ella chiese, scrutandolo sempre negli occhi.
— Affatto.
— Ella non ha mai amato, forse?
— Mai, signorina.
— Proprio: mai?
— Mai, le dico.
— Lei beato! — esclamò Flavia, e abbassò gli sguardi come oppressa da un assalto di memorie tristi.
Successe un silenzio.
Il dì moriva assai dolcemente: rampollavan le stelle a una a una dalla cupola del cielo, e le luci dalle ombre ugualmente fosche delle pendici; l’ultimo chiaror tramontano agonizzava al sommo delle vette, e il suo riflesso, attraversando il lago, giungeva a illividire il prospetto roseo del palazzo e i volti degli astanti. Un gregge attardato passava su la riva. I belati rompevan lamentevoli la calma della sera.