Maravigliato dall’esclamazione dolente della fanciulla, Aurelio incominciava a esser morso da una sottile curiosità. Egli fu primo a parlare.

— Me beato, ha detto..... E perchè?

— Perchè la invidio.

— M’invidia perchè..... non ho mai amato?

— Sì. E non soltanto l’invidio, ma anche sinceramente l’ammiro, e faccio voti per lei ché possa sempre dire così.

Una strana commozione suscitavan nel giovine le parole e l’atteggiamento inaspettati di Flavia. Blandito nella sua vanità d’uomo puro, egli piegava a poco a poco verso lei, in un languido abbandono di gratitudine e di compassione. La coscienza della sua incorruttibilità sembrava trarre da quell’elogio e da quell’augurio una conferma misteriosamente persuasiva, come da un sortilegio; ed egli si concedeva fiducioso e docile alla lusinga, assaporandone il venefico succo con la improntitudine d’un fanciullo goloso.

— E, dica, signorina, — riprese Aurelio a voce più fioca: — ella dunque ha molto sofferto per invidiare con tanto ardore un passato arido e freddo come il mio?

— Oh, molto sofferto! — assentì Flavia, abbassando le palpebre su gli occhi scintillanti. E, a frasi sommesse e concitate, recitò il suo lamento, il viso contratto, gli sguardi smarriti nel vuoto, come parlasse a sè medesima: — Io fui molto, molto disgraziata!... Se sapesse che triste esperienza ho già fatta io della vita!... Tutte le mie belle illusioni furon distrutte!... I miei più puri sentimenti, calpestati e infranti!... Ah, bisogna nascere senza il cuore per esser felici! O almeno averlo perduto per sempre.... L’amore è una menzogna...

Aurelio l’ascoltava con lo stesso piacere che si prova ascoltando una musica. Delle frasi sconsolate di Flavia egli non percepiva che il suono, un suono dolce, vellutato, a cadenze malinconiche verso le note gravi. E in tanto la guardava fisso, attratto per la prima volta dalle mirabili fattezze di quel viso impallidato da un acre ricordo e dalla luce crepuscolare.

Era un viso ovale, forse un poco esiguo per quel corpo troppo snello e troppo allungato. I lineamenti, d’una irregolarità gustosa a pena sensibile a un qualche osservatore paziente, avevano quell’espressione complessa di fragilità e insieme di resistenza morale, che rivela bene spesso l’indole femminilmente decisa ed equilibrata. Un’ombra tenera, leggerissimamente violetta, le circondava gli occhi che volgevano un’iride grigia, profonda, cerchiata di nero; maravigliosi occhi, a cui l’anima pareva affacciarsi, ora triste, ora gioconda, ora calma, ora agitata, con una singolare mobilità. La bocca, piuttosto larga e sinuosa, era d’una chiarezza affascinante: mentre ella parlava, di tra le labbra un po’ smorte e la chiostra dei denti, appariva a scatti la punta umida della lingua, come un bagliore. E nulla superava la dovizia della sua chioma, densa e castagna, disposta su la finissima testa a guisa d’un caschetto di lucido rame.