Donna Marta e la signora Boris conversavano animatamente tra loro; la voce di Luciano era divenuta un bisbiglio indistinto, e le risa della bionda s’eran fatte più rade e gutturali, quasi spasmodiche.
Flavia continuava:
— Ora son guarita. Guarita come si può essere da una ferita indelebile! Ho fatto una mala esperienza e questa mi servirà per l’avvenire; è l’unico vantaggio che n’ho avuto, e naturalmente non voglio perderlo. Chi batterà di nuovo alla porta del mio cuore, la troverà irreparabilmente chiusa, anzi murata. Tanto peggio per colui!
— Ella vuol dunque, con un sistema penale di nuovo genere, infliggere al secondo la punizione dovuta al primo, non è vero? — domandò celiando l’Imberido.
— No, conte. Ho perdonato a lui; imagini se voglio vendicarmi su un altro!... Del resto gli uomini son tutti uguali: essi, creda, non soffrono che nella loro vanità. Quando sanno di non esser posposti a nessuno, accettano indifferenti qualunque ripulsa.... Io sarò sorda e muta per essi: ecco tutto. E, chi sa? Forse così potrò ancora esser felice, — ella soggiunse con un debole sorriso.
— Io glie lo auguro di tutto cuore, signorina.
La notte era discesa. D’innanzi, lo spiazzo giaceva oscuro nell’abbandono. I gattici e i salici presso il ruscello stormivano dolcemente al soffio continuo della valle. A Stresa alcuni razzi colorati salivan nelle tenebre, vi si spegnevano con certi rombi cupi, che gli echi ripercotevano qua e là lungamente. E il villaggio lontano appariva a ogni accensione, come devastato da fantastici fuochi.
— Ragazzi, fa fresco. Rientriamo, — ammonì donna Marta, levandosi in piedi.
III. I fantasmi e le idee.
Dopo avere accompagnato l’amico alla stazione, Aurelio Imberido ritornava solo, a passi solleciti, verso casa lungo la viottola alpestre, che costeggiando il lago s’inerpica su per i dirupi scoscesi, quasi impercettibile tra le fittissime macchie dei noccioli e dei castagni. La mattina era monda, soffusa di luce, dominata dal silenzio. Su i giovini rami le foglie scintillavano al sole, ancor madide di rugiada. Di tratto in tratto un merlo si levava strepitando da una frasca, passava come una freccia nera a traverso il sentiero, scompariva sùbito nel verde. Poco appresso lo si udiva gittare un fischio da lontano, come un saluto di scherno.