Tra i prestigi mattutini Aurelio percorreva la via solitaria, chiuso e indifferente al maraviglioso paesaggio che gli si spiegava d’innanzi. Com’era solito nelle sue passeggiate meditative, egli avrebbe voluto concentrarsi tutto per riafferrare il corso delle sue idee, interrotto da quella serata e da quella mattinata d’ozio obbligatorio; egli avrebbe voluto raccogliere la mente sul tema del suo lavoro, per poterlo riprendere dove l’aveva lasciato il giorno innanzi, appena di ritorno a casa. Ma ogni sforzo di volontà era inutile; l’imagine dell’amico, i ricordi dell’incontro con le signore Boris, i discorsi fatti con Flavia gli s’imponevano con insistenza, rievocati dall’ultimo colloquio con lo Zaldini.

Questi, durante l’intero tragitto in barca e nella lunga aspettazione della partenza a Laveno, non gli aveva parlato se non della bionda Luisa, comunicandogli il suo dialogo sommesso della sera prima, confidandogli le speranze ch’egli nudriva d’un prossimo accordo sentimentale con lei. E si sarebbe detto dall’espressione del suo volto che la Felicità gli avesse sorriso dagli occhi di quella fanciulla, una felicità piena e senza fine alla quale egli correva incontro come a una madre. Ancora dal finestrino della carrozza, quando il treno era già in moto, egli aveva voluto sporgere un’altra volta il capo per ripetere all’amico d’aspettarlo presto, ché non avrebbe tardato a farsi rivedere in Cerro, dove omai tendevano ansiosamente tutti i suoi desiderii.

Ripensando ora a quelle parole e all’espressione con cui erano state proferite, Aurelio provava un senso di turbamento, d’inquietudine e quasi di rancore al quale invano cercava di sottrarsi. — Lo Zaldini, quella mattina, non si era mostrato più gajo e più vivace del giorno precedente; soltanto, una nuova cagion d’esultanza aveva preso il posto d’onore dentro all’animo suo, ed egli, nella perpetua vicenda di illusioni gradevoli cui fatalmente propendeva, l’aveva accolta come l’unica, come la precipua origine del suo benessere ostinato. Per tal modo egli ora credeva d’amare, sperava d’esser riamato, edificava su le basi di questo amore imaginario un ipotetico avvenire di gioja; e in siffatto sogno trovava l’energia salutare che lo avrebbe sorretto fino all’aurora d’un altro sogno. Con ogni probabilità il sogno presente sarebbe stato effimero; egli non sarebbe più ritornato a Cerro; avrebbe tra poco dimenticato e la bionda Luisa e la casa ospitale. Non importa: nella sua sostanza era radicato il prisco senso gaudioso della vita; e tutte le realità come tutte le illusioni dovevansi offrire a servigio della sua letizia.

Così Aurelio giudicava l’amico con limpidezza e rigorosa equità mentali; e pure sentiva in fondo a sè un gorgoglio di pensieri ingiusti, un movimento cieco d’antipatia contro di lui, che a tratti interrompeva o deviava lo stesso filo delle sue considerazioni. Avveniva nel suo spirito, come sempre nei momenti di debolezza, un dissidio aperto tra le idee e i sentimenti; le idee che objettivamente cercavano d’analizzare un dato fenomeno per ricollegarlo allo schema delle sue teorie generali; i sentimenti che s’appigliavano in vece agli effetti immediati del fenomeno, degenerando in commozioni piacevoli o ben più spesso dolorose, nel raffronto spontaneo delle altrui con le sue proprie condizioni d’animo.

Già il giorno prima, durante la colazione, egli aveva provato un movimento consimile d’antipatia per lo Zaldini; ma, più assorto nel suo ragionamento, non l’aveva avvertito. Questa volta l’impulso fu più vivo e definito poi ch’egli sùbito se ne accorse, e fu dall’intima scoperta profondamente turbato e contristato.

Egli pensò, accelerando il passo: «Io non sono a bastanza forte se mi lascio sorprendere da un sentimento così indegno di me! Invidiare costui?! E perchè?... Forse ch’io sarei felice come lui se anche mi sorridesse l’amor verace d’una donna?... L’Amore, sempre l’Amore,» egli disse a voce bassa, sogghignando, «l’eterno inganno, l’incantesimo della Natura bruta per conservar la razza, l’umiliante connubio di due corpi che l’animalità più inconscia infiamma e fa delirare!» Pensò: «Io ho rinunciato alle consolazioni dell’Amore, ho rinunciato alle torbide gioje della folla, alle basse ebrietà del senso! Debbo potere assisterne allo spettacolo senza rimpianti e anche senza sdegni.»

Era giunto Aurelio alla estrema punta del golfo, dove il pendìo d’un tratto s’addolcisce e si spiana in ombrosi boschi di querce e in fresche praterie, assiepate da bassi roghi, declinanti con lenta ondulazione verso le rovine del Fortino. S’arrestò, udendo un approssimarsi di voci femminili dalla parte di Cerro.

Alla svolta della strada un cane irsuto e nero s’avanzò primo, scodinzolando, incontro a lui; poi, lentamente, seguirono una dietro l’altra tre vacche corpulente, brucando sul terreno, fiutando a intervalli l’aria, sbirciando in torno con i grandi occhi oscuri; poi, improvvisamente, apparvero le due fanciulle che guidavan la piccola mandria al pascolo. Usciron queste dal folto, ridendo forte e rincorrendosi per il prato, inconsapevoli d’esser vedute: biondicce entrambe, esili di forme, con le impronte delle privazioni sul viso magro e pallido, ma così agili nelle movenze, così liete e spensierate che ricordarono al giovine il giocondo mito pagano delle Driadi.

Egli non volle disturbare il loro giuoco leggiadro. Trovandosi presso un muro diroccato, vi si nascose dietro rapidamente, e aspettò che le fanciulle fosser passate. Il cane irsuto e nero, che lo aveva visto, venne a fiutarlo con diffidenza, e, come rassicurato, riprese il suo cammino, senz’abbajare; egli udì i passi grevi e cadenzati delle tre bestie batter su i ciottoli della strada vicino a lui e allontanarsi. Le risa delle fanciulle risonarono in fine più prossime, stridule, acutissime, strozzate dall’affanno della corsa.

— Sì, sì: lo so, — una diceva, fuggendo: — Tonio è il tuo amoroso!