Più d’una volta rimase.
Nulla omai si moveva nella selva: saliva il romore delle onde morte sul greto, simile a un lento respiro affannoso; e qualche fronda alta stormiva.
Ah, quella solitudine e quel silenzio e quella mitezza di clima e di paese! Ah, l’implacabile educazione dell’eterna Natura, che seducendo ordina e impera!
«Io sono infelice!» mormorò d’un tratto il giovine, arrestandosi attonito, girando gli occhi intorno a sè per le vòlte capricciose del bosco, dove il sole irrompeva a fasci, a sprazzi, a scintille, dispensatore di vivido oro su le foglie polite e su i rami vellutati di muschi e di licheni. La frase gli era misteriosamente sgorgata dalle viscere profonde, ed egli l’aveva detta senz’averne coscienza, per un bisogno irresistibile quasi di liberazione. Non l’anima sua l’aveva suggerita; aveva parlato in lui l’oscuro Genio della Specie; ed era, la sconsolata frase, una delle innumeri espressioni di lamento delle creature che si senton sole e sterili e vane, il grido d’angoscia che l’Avvenire strappa a queste reclamando le sue vittime in pericolo di non essere. Non diversamente il cervo solitario gitta al silenzio della foresta il suo triste bramito; non diversamente dall’eccelse vette degli alberi l’usignuolo, alato poeta della notte, piange e chiama la compagna lontana e sconosciuta.
Aurelio alzò lentamente le spalle, parve riflettere un poco; poi ripetè una seconda volta, con tutt’altro accento: «Io sono infelice!» Sogghignò, per irridere a sè medesimo, e riprese al passo concitato di prima il suo cammino.
Il sentiere, dopo essere alquanto disceso, usciva alfine dalla boscaglia e costeggiava la spiaggia del lago, a pena protetto da una siepe di mori prugnoli che i fanciulli avevan qua e là abbattuta. Il sole lo inondava tutto di luce, un bel sole estivo non ancora alto, non ancora cocente, sospeso in un cielo opalino, d’una singolare purità. Una calma estatica teneva il lago; avevan le acque tal lucidezza che ripetevan con perfetta similitudine qualunque imagine. Le montagne della riva di Piemonte, popolate di villaggi, s’ergevan nette, gaje, luminose, come spiccando da un tersissimo specchio.
Uscendo dall’ombra a quella luce suprema, parve al giovine di sottrarsi a un malefizio e di riprendere d’un tratto la sua personalità. Il turbamento s’acquetò; il suo cuore riprese a pulsare con la regolarità consueta; le torbide visioni, che lo avevano occupato, a poco a poco si dissiparono; ed egli potè novamente impadronirsi del governo del suo pensiero. Senza indugio, per natural reazione dello spirito violentato, egli sentì il bisogno di formular da capo il suo grande principio di condotta, d’enunciare a sè stesso il programma della sua vita com’egli voleva che fosse, d’affermare con una sintesi stringente la solidità del suo piano e la forza della sua volontà.
«La vita è breve», egli pensava; «occorre affrettarsi. Occorre sviluppare la propria individualità in tutta la sua potenza; allargarla fin dove le resistenze esterne lo concedono; giungere possibilmente fino al punto lontano che gli occhi del pensiero vedono e segnano come una mèta. Ecco dunque il dovere: non distoglier mai lo sguardo da quel punto; non deviare mai dal diretto cammino che conduce a quel punto.» — Poichè il Destino non aveva voluto ch’ei possedesse terre, servi e cavalli, doveva per altra più ardua via (ed Esso glie ne aveva fornito i mezzi e le attitudini), raggiungere un alto fine vitale. Gli uomini della sua stirpe, anche nei tempi meno propizii, non erano stati a nessuno secondi: l’avolo suo Gian Franco, nell’amor della patria; il padre Alessandro, nello splendore del fasto e dell’eleganza. E lo sventurato esule, morto nelle prigioni dello Spielberg, sognando in una estrema visione profetica l’Italia liberata, doveva nel mondo delle ombre tendere pietoso la mano al figliuolo demente che, negli anni torpidi della pace, aveva cercato di salvare il lustro del Nome, sacrificandogli la fortuna e la salute. Egli veniva terzo: egli, povero e oscuro, sentiva pur sempre nel sangue lo stesso sfrenato orgoglio, che aveva già trascinato in turbini diversi le anime de’ suoi maggiori. Compire e coronare l’opera iniziata dall’avolo, ecco il suo grande disegno; ed egli, per affrettare l’evento favorevole, sognava a sua volta, per la patria ormai risorta e già minacciata da ruina, un dominio d’uomini nobili e possenti, che ne rialzassero e assicurassero le sorti maravigliose, mostrando al mondo l’indistruttibile preminenza del più puro sangue latino. «Un popolo fedele, guidato da un’aristocrazia degna, attiva e sapiente», egli pensava, «ha nell’età nostra, tra popoli inquieti retti dal malgoverno plebeo, tutte le probabilità di trionfare e d’imporsi.»
E Aurelio Imberido si sentiva pronto e capace di mettersi alla testa d’un’agitazione schiettamente aristocratica nel grigio e turbolento diluvio delle odierne democrazie. Egli, libero da ogni giogo, forte d’un’antica eredità d’ambizioni, sorretto da una vasta dottrina positiva, avrebbe trovato, nella lotta viva contro i preconcetti politici e morali del tempo, il mezzo più sicuro e più nobile per dare alla sua esistenza un particolare significato e uno scopo superiore; per estendere la sua personalità oltre i limiti ristretti e oscuri che s’impongono ai più; per divenire un uomo, nel senso più alto della parola, e tentare anche l’erta della Grandezza. «Combattere per un’idea, o, sia pure, per un sogno,» diceva l’Imberido: «ecco l’opera che sola affranca dall’umiltà delle nostre origini, e fa men grave la coscienza della nostra vita precaria.» Ma, perché potesse egli attuare il suo programma, era necessario che ad esso consacrasse intera la propria attività, era necessario che facesse a sua volta una rinunzia suprema: non certo quella vile dell’individualità e d’ogni sano impulso agonistico, che le presenti ambigue tendenze spirituali tristamente sembrano esaltare; ma bensì quell’altera rinunzia d’ogni sentimento volgare e d’ogni timida fede e d’ogni morbosa pietà, che inizia l’uomo all’esercizio delle più feconde virtù e lo dirige sicuro alla prova delle imprese più memorabili.
Così il giovine, meditando sotto il sole benefico, si tracciava novamente la prediletta linea di condotta, e ritrovava a poco a poco la sua volontà adamantina e insieme con questa il geloso tesoro delle sue speranze di gloria. L’opera futura, ch’egli avrebbe dovuto compire, gli si veniva per tal modo disegnando e precisando dentro al pensiero nelle sue diverse possibili estrinsecazioni, — opera di franca propaganda per mezzo del libro, del giornale, della parola, anche, se fosse occorso, dell’azione diretta. E le due formule rigorose su cui poggiava l’edificio della sua concezione riscintillavano d’avanti a lui, come fossero incise a lettere di fuoco dovunque il suo sguardo cadeva. «L’umanità resta e progredisce, non ostante ogni scempio più doloroso de’ suoi individui.» E l’altra: «L’unico ideale degno d’un uomo intelligente è l’aspirazione a un’umanità superiore, a un’evoluzione della Specie spinta più che sia dato verso il cielo. Fermarsi a rendere felici quelli che esistono non è e non può essere che un ingenuo e vano desiderio sentimentale.»