Un improvviso entusiasmo l’assalì. Dov’erano omai tutti gli sbigottimenti e le ansie e le fosche imagini che lo avevano prima oscurato? Dov’erano gli obliqui desiderii e i disgusti e le insidiose memorie? Egli non si ricordava più di nulla. Il suo spirito erasi liberato dai fantasmi, aveva disperso le nebbie che l’attorniavano. Pareva che un altro principio di vita fosse entrato in lui; pareva che qualcuno fosse uscito da lui, segretamente, e avesse portato seco il triste fardello dei dubbii, degli scoramenti, delle debolezze. Egli riacquistava la fiducia in sè stesso.
A capo alto e raggiante nel viso, Aurelio rientrò in Cerro. Sotto l’arco caliginoso, che sta in guisa di porta all’inizio del villaggio, trovò Camilla, frettolosa, tutta rossa e con gli occhi gonfii, la quale gli venne in contro singhiozzando, coprendosi la faccia col fazzoletto.
— Che c’è di nuovo? — egli chiese stupito.
— La signora.... La signora.... — balbettò a stento la ragazza, e non potè continuare, interrotta come fu da uno scoppio di pianto.
— La signora?... Ebbene?... Che è avvenuto?...
Aurelio cominciava a inquietarsi. Sempre in timore per la salute della nonna, egli supponeva già ch’ella avesse avuto un attacco più atroce del suo male; e un leggero tremito aveva per il corpo e nella voce, mentre interrogava la cameriera che muta e a viso coperto gli singhiozzava d’innanzi.
Poi che questa non accennava ancora a rispondere, egli richiese più vivamente, quasi con ira:
— Ebbene?... Che è avvenuto?.... Parla in nome di Dio!
— Io non ho colpa.... Io non ho fatto nulla.... Pretendeva che avessi percosso il bambino del guardiano, e non era vero.... Non era vero, glie lo giuro, signor Aurelio! Il bambino è caduto per caso.... Io non l’ho visto cadere.... E la signora m’ha licenziata in malo modo....
— Ah, è per questo che piangi? — fece Aurelio, senza lasciarla continuare, dopo aver tratto un gran respiro.