— Voi, Giuseppe, eravate presente quando è caduto?
— Sicuro! Era anch’io in cortile con lui.... Fortuna volle che questa volta non si sia fatto quel male che avrebbe potuto! Una leggera ammaccatura su la testa.... cosa da nulla, le dico, signor conte.
— Tanto meglio! — concluse il giovine e, salutato il guardiano, entrò risoluto in casa.
La sala da pranzo, con le persiane chiuse, era avvolta in una mezz’ombra glauca, appena rotta qua e là da alcune lamine sottili di sole, a traverso le quali i pulviscoli dell’aria si vedevano incessantemente roteare. In un angolo, presso l’ultima finestra, donna Marta era seduta, come d’abitudine, sul suo seggiolone d’avanti al tavolino da lavoro tutto ingombro di fili, di gomitoli, di ritagli, di minuti arnesi muliebri.
Il giovine s’avvicinò lentamente a lei. Ella, il capo arrovesciato su la spalliera, le mani penzolanti dai bracciuoli, giaceva abbandonata e inerte, come affranta da un immane sforzo; e ansimava. I suoi lineamenti alterati dalla collera e dal dolore avevano l’immobilità, la rigidezza, il pallor d’un cadavere: e gli occhi, quei grandi occhi giovenili, saettavano in giro sguardi sinistri, all’ombra delle sopracciglia irte e aggrottate.
— Mamma, che hai? Sei così pallida... — mormorò il giovane con la voce dolce, quando le fu presso.
— Che ho? — ella proruppe. — Sono stanca, capisci? Non ne posso più! Finirò per commettere una follia, se si continua così. Intanto t’avverto che ho messo alla porta quella tua serva esemplare, ed era tempo, per Dio!
— Tu l’hai messa alla porta...?
— E come! L’avessi sentita...! Che lingua! M’ha risposto in un tal tono che per poco non m’ha spinta all’estremo di cacciarla a ceffoni!.. E tutta la colpa è tua, perchè sei stato tu a non volere ch’io me ne liberassi a Milano, prima di partire per la campagna.
— Ma infine, mamma: che è successo? Che cosa ha fatto costei?