Udì dietro di sè un urlo soffocato, quindi un fiotto impetuoso di parole aspre, terribili: «Infame! Infame! Egli osa anche insultarmi! A questo si doveva giungere... Io vado via sùbito... Caschi il mondo, non mi vedrà più...!» Attraversò in fretta il cortile, ascese rapidamente le scale, entrò nella propria camera e vi si rinchiuse a due mandate di chiave, come se la vecchia avesse potuto inseguirlo con le sue minacce.

Poi che fu solo, sottratto alla presenza impositrice dell’avola, nel luogo dedicato agli studii, la sua eccitazione, invece di scemare, aumentò. Tutti i pensieri, che già durante la scena eran passati per la sua mente, gli tornarono alla memoria; tutte le parole che per prudenza o per rispetto aveva dovuto reprimere, tutte incominciarono di nuovo a fluirgli alle labbra con insolita irruenza. Ed egli, con una specie di amaro sorriso interiore, si piacque di ricostruire il diverbio, aggiungendo quello che avrebbe voluto dire, i ragionamenti e le objezioni e le proteste sdegnose, senza più blandizie, senza più eufemismi, senza rispetto o prudenza alcuna.

Così rievocò l’intera scena, accompagnando le parole con una mimica vivace, percorrendo la camera per il lungo e per il largo a grandi passi. Quando però giunse all’ingiuria, che l’avola gli aveva lanciata, ristette perplesso, come se ne avesse afferrato per la prima volta il senso preciso; e la risposta violenta, che poc’anzi aveva taciuta, non venne.

Un nuovo ordine di pensieri, più calmo ma non meno ingrato, si svolse allora nel suo cervello: perchè sua nonna lo aveva tacciato di essere l’amante di Camilla? Come, come aveva potuto imaginare una simile assurdità? Non certo perchè egli, col suo contegno e anche con le sue difese, le avesse mai dato un appiglio per sospettarlo. Non certo perchè la possibilità di una siffatta tresca fosse una sola volta balenata nella mente di lei che conosceva troppo bene le sue idee in proposito e il suo rigido orgoglio e le sue «abitudini d’orso», come celiando si compiaceva di chiamarle. Doveva esser dunque un’altra intenzione nella calunnia sanguinosa. Or quale poteva essere questa intenzione?... Era chiaro: ella lo aveva voluto affliggere, offendere, umiliare, anche a prezzo d’una bugìa. Inviperita contro il nipote, perchè era sorto in difesa altrui a ribattere le sue accuse, ella aveva opportunamente usato di un argomento ad hominem per liberarsi con un sol colpo del molesto contradittore. Il fatto in sè non era grave, ma pur troppo non era nuovo né raro: quasi ogni giorno, o per un motivo o per un altro, ella trovava il modo di rivolgergli frasi consimili, in cui sempre l’identico sprezzo insisteva, come una nota tenuta a fondamento d’accordi diversi. Aurelio ne rammentava ora una serie innumerevole; anche Aurelio rammentava che quelle frasi tendevan tutte a colpirlo dove più delicata era la sua sensibilità: ne’ suoi ideali, nelle sue predilezioni, nelle sue stesse virtù, nelle sue stesse rinunzie. Si sarebbe detto ch’ella traesse dalle mortificazioni a lui inflitte, una specie di strazio divinamente piacevole; o, meglio, che una volontà superiore, in mano della quale ella non era se non lo strumento doloroso, glie le suggerisse per uno scopo oscuro e fatale. Ma, quale scopo?

«Ah, le donne! Le donne!» esclamò il giovine improvvisamente, tratto come di consueto a generalizzare le sue considerazioni. «Madri, sorelle, mogli, amanti, esse non si smentiscono mai, mai! Che cosa sono per esse i nostri sogni, le nostre speranze, i nostri sacrifici, la nostra coscienza, in somma tutta l’anima nostra? Nulla, meno che nulla. Esse non comprendono che gli uomini comuni, mediocri, normali, quegli uomini che lavorano indefessamente per vivere, generano figliuoli, li allevano, e lasciano a questi il posto, quando il loro malinconico cammino è giunto alla mèta. Gli altri tutti, sono per le donne altrettanti mostri paurosi, che bisogna distruggere, redimere o avvilire; ed esse li distruggono, li redimono o li avviliscono, perchè tale è il loro dovere. Non hanno esse forse, nel misterioso equilibrio della Natura, la missione di conservare le tradizioni della razza? di mantenerla strettamente legata alle origini? d’impedire che i caratterismi del tipo umano si perdano o si trasformino? Non sono esse le sacre custodi della essenza prima di nostra Specie? Vigilare affinchè questa non traligni, non strisci o non voli: ecco il segreto potere della anima loro, ecco la base di tutta la loro psicologia.» Egli soggiunse: «Liberi, liberi dunque bisogna essere dalla tirannia di queste vilificatrici d’ogni personalità, di queste nemiche implacabili d’ogni tendenza elevata e d’ogni slancio sublime! Liberi bisogna essere, per divenire qualcuno e poter fare qualche cosa — prima della morte!»

Egli si mosse, di nuovo; andò alla finestra, l’aperse, lasciò ch’entrasse la trionfante luce del giorno.

Il giardino splendeva nel sole, con le sue bianche scalee, con le sue statue bianche, come intagliate nel verde cupo della pineta. Il poggio, sopra, aveva un chiarore metallico, come fosse tutto cosperso d’una polvere d’oro.

Quella visione, dopo lo sfogo benefico, gli ricondusse lo spirito alta calma, gli ridiede la coscienza piena di sè stesso. Valeva forse la pena di crucciarsi per quelle futili questioni? Non aveva egli altro di meglio e di più serio da pensare o da fare? Egli richiuse le persiane, e venne a sedersi d’avanti alla scrivania. Molti fogli vi erano sparsi in disordine, quasi tutti vergati, per intero o in parte, a caratteri grandi, decisi, piuttosto oblunghi, un po’ inclinati da sinistra verso destra: le cancellature frequenti e risolute mettevano sul nitor della carta vaste ombre oscure. Tra quella moltitudine di fogli, dov’egli era solito d’abbozzare i suoi lavori o di fermare le idee utili, emergevano qua e là alcuni grossi libri aperti e le pagine fitte di qualche rivista nostrale o forestiera. Sul piano del palchetto eran poi raccolti i frammenti delle sue tre opere in corso: un enorme fascio di carte, chiuso in una custodia di pergamena su cui si leggeva il titolo in inchiostro rosso: L’avvenire delle società umane; un altro fascio meno voluminoso, rattenuto da un semplice foglio piegato a mo’ di busta, sul quale era scritto: La Morale dell’Evoluzionismo, critiche all’opera di Erberto Spencer e conclusioni; e infine un terzo fascicolo, alquanto esiguo, con la dizione: Socialismo e Cristianesimo.

Aurelio prese quest’ultimo dal palchetto della scrivania, e se lo pose dinnanzi. Era uno studio sintetico e impressionante su le comuni aspirazioni delle nuove idee sociali e della vecchia morale cristiana, il quale tendeva a dimostrare come la fusione delle due teorie non potesse esser lontana, e voleva mettere in guardia gli studiosi e i pensatori contro le fatue lusinghe e i gravi conseguenti pericoli che un siffatto connubio avrebbe portati con sè. L’Imberido s’era accinto a scriverlo nell’ultimo mese passato a Milano, avendo intenzione di pubblicarlo in diverse riprese su la sua Rivista; poi, siccome dal suo arrivo a Cerro s’era immerso totalmente nella grande opera L’avvenire delle società umane, lo aveva abbandonato, e, sebbene fosse già presso a concludere, non s’era più dato pensiero per ultimarlo. In quel momento, forse perchè ricordava le sollecitazioni che lo Zaldini gli aveva fatte la mattina precedente, o perchè non si sentiva di riprendere un lavoro troppo intenso e faticoso, Aurelio fu spinto involontariamente a continuare il breve studio interrotto.

Egli sfogliò il fascicolo lentamente, scorrendo con lo sguardo su le pagine, già fatte giallognole dal tempo, quasi volesse risvegliare la memoria precisa di quanto aveva scritto. Come giunse alla interruzione, indugiò alquanto per rileggere attentamente gli ultimi periodi; e li rilesse a voce alta, ascoltandosi.