«E questi saranno gli estremi e i più fervidi adoratori di Cristo, non forse molto dissimili da quelli che primi lo adorarono. Così le Scritture saranno compite, e così la parabola terminerà com’era incominciata.
«L’attacco sarà certo formidabile. Il fanatismo dà un coraggio che le persone calme non hanno e non possono avere. Se dalla parte dei Ribelli non ci sarà un soverchio equilibrio morale, ci sarà per compenso il Genio nelle sue più acute manifestazioni. Uomini grandi, uomini terribili sorgeranno in questa sollevazione disperata, da questo ibrido connubio di misticismo e d’animalità: spiriti tumultuosi, dotati d’un potere magnetico irresistibile, dominatori e affascinatori delle masse, i quali troveranno vie insospettate per trascinarvi perdutamente i cervelli e i cuori. E a questi s’uniranno con entusiasmo tutti gli spostati dalle assurde e magiche idealità, e le anime guaste dall’odio o dalla cupidigia, e i perpetui adolescenti, e i perversi e i degenerati e i pazzi!
«Con queste bandiere, con queste reclute, con questi capitani, la parte inferiore della Umanità insorgerà contro la superiore, tenterà lo sforzo supremo per arrestare il fenomeno fatale della civiltà e dell’evoluzione. Chi trionferà nel gigantesco cimento?»
Così il manoscritto bruscamente s’interrompeva.
Aurelio Imberido, dopo esser rimasto alcuni minuti pensieroso, fissando lo spazio d’avanti a sè, prese con un atto improvviso la penna, e continuò.
IV. L’Albero del Bene e del Male.
Il dì successivo, Aurelio, avendo concluso l’articolo, discese in giardino, e s’inoltrò nella pineta per cercare ombra e riposo.
Era un pomeriggio sereno, d’una serenità incandescente, caldo ma temperato da qualche soffio d’aria. Per tutto quel giorno egli sapeva che non avrebbe ripreso la penna, come sempre quando terminava un lavoro o una determinata parte di lavoro; e, libero e sodisfatto di sè, seguiva distrattamente i sentieri tortuosi sotto l’ampio padiglione verde, guardandosi d’intorno, aspirando la diffusa fragranza delle resine riscaldate dal sole, ascoltando rapito il fruscìo alterno del vento tra le fronde o il susurro d’un ruscello nascosto.
Nella pineta era una luce pacata e raccolta, come in un tempio. Per il denso intrico, che formavano i rami, premendosi, intrecciandosi, confondendosi nella loro antica e tenace espansione, ogni lembo di cielo veniva occultato. Una parete opaca si distendeva a similitudine d’un velario sopra la terra; e solo, a traverso gli interstizii dei tronchi, un chiarore aureo o rancio o verde, a fasci nettamente visibili, s’insinuava, quel chiarore innaturale che lascian cadere nell’ombra le finestre a vetri variopinti. Un sentimento mistico e solenne emanava dal luogo, come da un santuario a pena illuminato, saturo di vapori d’incenso.
Tra quei profumi, in quella pace, il giovine camminava a rilento, senza un pensiero, abbandonandosi al fascino che gli veniva dalle apparenze esteriori. Tutto assorto nella ottusa contemplazione, egli si perdeva ad accompagnar con lo sguardo il volo d’un insetto nell’aria o il viluppo appassionato dell’edera intorno a un fusto impassibile: s’arrestava ogni tratto attonito per ammirare qualche cespo di ciclamini o di violette sbucante come per prodigio dalle cavità del tufo. Lo spettacolo d’un ragno in atto d’avvolgere la preda nel suo sudario mortale lo tenne fermo lungo tempo, sospeso, attratto, commosso quasi fosse al cospetto d’una rappresentazione tragica. E il suo spirito si mantenne così semplice durante l’osservazione del minuscolo conflitto per la Vita, ch’egli non sentì altro impulso se non quello d’intervenire a favore del debole, predestinato al sacrificio, contro il forte che pure esercitava il suo pieno diritto all’esistenza.