Sorrise lievemente, socchiudendo a pena le palpebre ma senza distogliere gli sguardi dagli occhi del giovine. Poi, chinando il capo in segno di saluto, con un atto assai leggiadro:
— Con permesso, — soggiunse; e riprese in corsa la sua strada.
Prima d’oltrepassare il gomito del sentiere, si volse ancora verso di lui per gridargli:
— Se s’inoltra appena un po’ nella pineta, trova Flavia.... A rivederla!
E, così dicendo, la giovinetta scomparve.
Aurelio, che non aveva avuto il tempo di rispondere, era rimasto fermo e attonito, con gli occhi inerti, alla svolta della viottola. Quell’incontro gli era stato insolitamente gradito. Sorpreso dalla comparsa subitanea della fanciulla, egli aveva prodigato a questa la stessa benevolenza curiosa e quasi tenera, che gli abondava in quel momento nello spirito e aveva espansa su le mute manifestazioni del bosco. Le poche parole scambiate non avevan potuto certo risvegliare in lui un’idea o un sentimento nuovo, diverso da quello ond’era invaso. Avevan parlato della beltà del giorno, della pineta ospitale, di fiori, delle cose miti e piacevoli, al cui incanto l’anima sua dolcemente si concedeva. E la frase, che Luisa gli aveva gittata da lontano, era giunta fino a lui senza che potesse afferrarne bene il significato. Egli a pena l’intuì, ripensandoci. Ebbe un attimo di perplessità: doveva seguitare e farsi incontro a Flavia? Doveva retrocedere ed evitarla? Inconsciamente il suo pensiero rifuggì da ogni indagine sul senso esatto della frase, si ribellò a qualunque sforzo a fin di prendere una risoluzione. Egli proseguì per inerzia la sua passeggiata contemplativa nel bosco, dove il silenzio era tornato quasi più grave e più vasto che prima non fosse.
Passò la grotta artificiale, irta di stalattiti superbe, onde alcune gocce perennemente cadevano su la terra fradicia; arrivò al crocicchio dei due sentieri che tagliavan la pineta nelle due direzioni principali; s’arrestò un poco d’avanti all’erma che dominava il luogo, un gran busto nudo di donna su cui l’assidua carezza del tempo era passata, corrodendo e levigando il sembiante, ma lasciando rigidi e intatti i seni, come gonfii d’un desiderio immortale. Procedette poi a passo più spedito verso l’altura, quasi lo chiamasse, da quell’ombra, il vivido raggio di sole che illuminava a traverso un pertugio la sommità del sentiere.
Flavia era là, sola nella luce. Saliva lentamente l’erta d’un prato contiguo alla pineta. Al di là l’orto incominciava, tutto lussureggiante di piante pallide, da cui si vedevan pendere i frutti ancora acerbi o alcuni grappoli vermigli di ciliege. Sopra l’orto, il poggio coltivato a vigneti s’elevava in una succession di scaglioni petrosi, intorno ai quali le viti avevan disegnato come un greve merletto verde.
Ella saliva quella distesa inclinata su cui l’erba cresceva foltissima e intonsa con una maravigliosa chioma di fioretti d’oro. La sua persona, un po’ curva in avanti, appariva dal ginocchio in su tra la verzura profonda, lasciando dietro di sè un mobile solco di fili prosternati. A volte rimaneva per cogliere con la mano un fiore sopreminente; a volte s’inchinava alquanto verso il suolo, e scrutava assorta i misteri di quella selva minuta. Come più s’allontanava, ella facevasi più lenta, indugiando a ogni passo sul pendìo lubrico ed erto, arrestandosi, col capo levato in alto, per fissare l’orto o il poggio solatìo, quasi fosser la mèta del suo cammino. Quando fu presso al limite estremo, improvvisamente le forze le mancarono, ed ella, mettendo un piccolo grido, si volse e s’abbandonò tutta quanta, distesa su l’erba come su un letto.
— Lei, conte?! — esclamò Flavia turbata ma sorridente, poichè vide il giovine fermo allo sbocco della viottola; e s’alzò di scatto a sedere.