— No, s’invoca semplicemente un soccorso! Venga!
Ferma ed eretta nel sole, sul candor niveo della ghiaja, tra le masse degli alberi che s’inarcavano verso di lei carichi di frutti, ella parve al giovine supremamente bella.
Omai Aurelio seguiva, domato e attonito, ogni suo atto, ogni suo movimento, ogni sua parola, come se tutto il resto si fosse occultato a’ suoi sensi. Un potere misterioso e irresistibile lo teneva soggetto all’agile creatura che gli splendeva d’innanzi, lo piegava inconsapevole a qualunque stranezza, a qualunque follìa ch’ella gli avesse potuta comunicare. L’impeto birbesco e tumultuoso della sua compagna sembrava avere invaso, travolto, rituffato il suo spirito in un fiume d’oblio e di spensieratezza; ed egli, già ebro della magica luce in cui si scioglievan le sane fragranze terrestri, s’abbandonava alla seduzion di quel giuoco, cedeva insensibilmente al fascino di quella malizia puerile, quasi a traverso una seconda adolescenza.
Flavia ripetè il richiamo, limpida e forte, come volesse meglio affermare la sua possanza:
— Venga dunque! M’ajuti!
— Ella mi vuol proprio trarre in perdizione! — mormorò Aurelio, sorridendo, mentre s’avvicinava a lei.
E prese la lunga scala, la sollevò ritta con le mani per mostrare il vigor de’ suoi muscoli, la portò così senz’inclinarla fin sotto l’albero, mediante uno sforzo che a pena riuscì a dissimulare. Ella, tenendogli dietro seria e attenta, lo fissava con uno sguardo ambiguo tra d’ammirazione e d’ironia.
— Ed ora, bisogna salire! — disse, poi che il giovine ebbe deposta e bene assicurata la scala tra due rami del ciliegio.
— Anche salire?!
— Mi sembra. Vuol forse che salga io, per rimanersene qua giù tranquillo a contemplarmi da un nuovo punto di vista? Io non dò di questi spettacoli, signor mio, e a così buon prezzo!...