Proferì queste parole celiando, ma senza la minima reticenza, senza un’ombra nella voce o negli occhi, con una sicurezza da donna spregiudicata. Aurelio, che la guardava, abbassò sùbito gli occhi, arrossì anche un poco, offeso dal senso volgarmente procace dello scherzo; poi, per non tradire il suo disgusto, le volse con un moto subitaneo le spalle, e si mise rapidamente su per la scala.

— Le lasci pure cadere abbasso ché le raccolgo nel mio grembiule, — gli gridò dietro Flavia, raggiante, trasfigurata dalla gioja.

Il giovine, ritto su l’ultimo piuolo, col capo nascosto nel fogliame profondo, si vedeva allungar le braccia, pencolare, atteggiarsi in pòse larghe e snodate tra i viluppi dei rami, alla ricerca dei grappoli maturi. A quando a quando una fitta gragnuola di chicchi vermigli, annunziata da un richiamo, accolta da un saluto festoso, partiva dall’alto, si sparpagliava un poco nell’aria, cadeva solo in parte nel grembiule spiegato a riceverla. La giovinetta per giuoco fingeva d’irritarsi perché non poteva contendere alla terra tutti quei chicchi; protestava ridendo contro di lui; gli raccomandava d’esser più attento e preciso nel gittarli; a volte si chinava a raccattarne qualcuno più appariscente, e, con aria di dispetto, se lo mangiava.

Quando Aurelio discese dall’albero erano entrambi come ubbriachi d’ilarità. Balbettavan frasi insulse con la voce alterata; ammiccavano con gli occhi piccoli, abbacinati dal soverchio chiarore; si sfioravan con le mani, esprimendo una specie di piacere a ogni lieve contatto; e ridevano insieme con la facilità di due fanciulli. La spartizione del bottino provocò poi tra loro una questione romorosa e vivace, che finì in una corsa sfrenata a traverso il frutteto. Ella, agile e astuta, si sottraeva a lui, approfittando della sua conoscenza dei luoghi, calpestando senza scrupoli le zone coltivate, sgusciando sotto gli intrichi dei frutici con una perizia singolare. Egli, più veloce e più cauto, cercava invece di raggiungerla senza batterne le orme, prevenendola allo sbocco d’un viale, aspettandola a un varco in agguato, accelerando vertiginosamente il passo quando ella percorreva una strada dritta. Finalmente Flavia, mentre usciva d’improvviso fuor da un cespuglio, cadde, come una preda, in suo potere. Accesi, esausti, anelanti, s’avvinghiarono uno all’altra con un moto istintivo e selvaggio. Ella, stanca, s’abbandonò, arrovesciò indietro il capo, prorompendo in una risata nervosa, che squillò acutamente nel silenzio; Aurelio, stringendola forte a sè e smarrendo ogni senso nella contemplazione di quel viso illuminato da una strana fiamma, la sorresse, la tenne così per qualche attimo come sospesa tra le sue braccia.

— Mi dò per vinta! — ella mormorò d’un tratto.

E si sciolse con un moto languido da lui, invasa da una sùbita angoscia, intimorita dal suo sguardo vorace.

Non parlarono più. Susseguiva a quel tripudio folle di vita il turbamento oscuro e quasi pauroso degli eccessi. Provavano ora un malessere profondo, indefinibile. Si guardavano in faccia attoniti, arrossendo; si sentivan soli, estranei, divisi da un ostacolo immane; si sentivano oppressi da un peso morale, rimorsi da un’occulta voce. L’incanto breve era sfumato; ed essi si trovavano, come al risveglio d’un sogno voluttuoso, sfiniti, delusi, umiliati.

S’incamminarono così, in silenzio, verso il poggio, sospinti da un’idea comune: quella d’allontanarsi dal palazzo, forse per acquetarsi, per riprendere le loro espressioni abituali, sformate dalle agitazioni e dai turbamenti molteplici. Aurelio era come trasognato e stupefatto. Si movevano nel fondo della sua anima alcuni pensieri molesti, sorgevano i ben noti fantasmi a rappresentargli dentro l’eterna Comedia, il Dramma immortale, in cui egli si vedeva continuamente trascinato dalla fatalità delle cose. — Che cos’era avvenuto? Da quale possente soffio di passione o di frenesia s’era lasciato dominare per dimenticarsi a tal segno? Come aveva potuto cedere senza una resistenza a quei trasporti insensati? — Ecco: la Donna, il mostro magnifico, era là accanto a lui, e lo seguiva. Egli ne udiva il passo cricchiare su la ghiaja con una regolarità da pendolo che misura il tempo; egli, senza guardarla, la vedeva distintamente procedergli a fianco, alta e serena, terribile e inconscia come un feticcio. La loro via era comune, ed eran pari le forze: salivano una dolce erta, tra gli alberi onusti di frutti caduchi o acerbi, verso un’altura limitata, perduta tra altre innumerevoli alture. La montagna superba dalle incorrotte solitudini, dalle larghe visioni, s’ergeva lontana, molto lontana, di là da tutti quei colli, reale ma pure impervia per entrambi e irraggiungibile. Essi salivano insieme, quasi tenuti da una stessa catena, la dolce erta su cui erano impresse le orme di mille passanti; e, giunti al sommo, sarebber dovuti sostare, sconosciuti pellegrini, stretti in torno dall’umile giogaja, avendo sempre in vista — come un Ideale beffardo — la vetta alpestre baciata dal cielo....

— Oh! Guardi! — proruppe Flavia, volgendosi maravigliata verso il lago.

E parve ch’ella, divinando il pensiero di lui, volesse distogliere il suo sguardo dalla scena simbolica.