Anch’egli si volse.
Dal poggio si rivedevano alfine la superficie azzurra delle acque e la riviera opposta, dove già qualche obliqua ombra cadeva. Alcune vele, gonfie e quadrate, apparivano qua e là dirette verso settentrione, così tarde da sembrare immobili. Un piroscafo presso Intra lanciava nell’aria un’enorme colonna di fumo nero, che si torceva in grosse spire senza dissolversi. Le nevi del Sempione, in fondo alla valle nebulosa, erano pallidamente celesti e parevan fondersi nell’orizzonte.
Ella mormorò fissando il lago con gli occhi incantati:
— Che pace!
Egli aggiunse, gravemente:
— Che silenzio! Non s’ode frusciare una fronda!
Infatti il più piccolo romore non rompeva il sonno dell’universo: non un soffio di vento, non un murmure d’acque, non una voce, non un latrato, non un’eco di lavoro lontano. La calma del paesaggio pesava sopra di loro come un malefizio, infondeva nelle loro anime una malinconia suprema. Ambedue sentivano ora il tempo scorrere, disperdersi le cose nella vanità dello spazio, le illusioni e i desiderii morire. Ambedue sentivano che la vita era triste, e che oltre la vita eran tristi anche le speranze.
— Discendiamo? — propose Flavia, accasciata dal silenzio, provando uno sgomento fosco d’avanti a quella solitudine, sotto quel cielo deserto e impassibile.
— Discendiamo!
Ritornarono su i loro passi; si salutarono freddamente al limite della pineta, non avendo scambiato durante il cammino che poche frasi brevi e inconcludenti. Flavia riparò di nuovo al suo luogo di lavoro, nell’ombra degli ultimi abeti; Aurelio, solo, s’inoltrò nel bosco per discendere verso il palazzo.