V. Echi del passato.
Quel giorno stesso, durante il pranzo, donna Marta disse ridendo al nipote:
— Ho saputo un gran fatto!... una specie di miracolo, di prodigio, di favola maravigliosa!...
Dalla sera innanzi, ella aveva cambiato totalmente d’umore, come se l’ultimo alterco l’avesse liberata di tutto il veleno che le stagnava nell’animo. Era ridivenuta ilare, festosa, ciarliera, garbata, quale da molto tempo non si mostrava. Verso Camilla specialmente usava cortesie nuove, delicatezze insolite: non le impartiva un ordine senza soggiunger sùbito «per piacere»; non le rivolgeva la parola se non con un’inflessione di voce affettuosa, quasi materna; e talvolta anche l’accarezzava con la mano. Del brusco congedo non s’era più fatto alcun accenno tra loro due; e, come di consueto (poiché donna Marta licenziava le sue cameriere almeno tre volte al mese), non se ne sarebber più rammentate né l’una né l’altra fino allo scoppio d’un prossimo litigio.
— Che hai saputo, mamma? — chiese il giovine, distratto, un po’ pensieroso, senza sorridere.
— Ho saputo che ti sei degnato d’accompagnar Flavia per il giardino....
— Ah, tu hai già visto la signorina Boris?
— Sì, or ora. Ella stessa m’ha anzi raccontato le vostre imprese, e puoi imaginare che allegre risate si son fatte alle tue spalle! Vuoi tu spiegarmi ora come fu addomesticata la belva selvatica?
Donna Marta, in così dire, rideva forte ancora; e mostrava una specie di profonda compiacenza, di sodisfazione sarcastica, vedendo il nipote confondersi e arrossire al soffio vivo di quei ricordi.
— Vuoi dirmelo, dunque? — ella insisteva. — Vuoi confidarti a me? Io ho già interrogato Flavia in proposito, ma la poverina non mi seppe rispondere. Proprio vero che i miracoli si fanno senza saperlo!