Nella gran sala in fatti, esposta a settentrione e illuminata da due finestrelle protette da fitte inferriate a rabeschi, la luce si era a poco a poco affievolita sì che le cose già s’ammantavano in ombre profonde.
Aurelio uscì sotto il porticato, e si diede a percorrerlo da un capo all’altro, meditando. Una sorda inquietudine si moveva dentro di lui: le confidenze fatte da Flavia all’avola, le strane previsioni che questa n’aveva tratte, le punture benevolmente sarcastiche di lei turbavano profondamente il suo spirito, sempre vigile e sospettoso. — Che c’era dunque già di segreto ne’ suoi rapporti con la signorina Boris, perchè egli si sentisse offeso solo al pensiero che una terza persona n’era venuta a conoscenza? Da che aveva origine quel sentimento quasi di pudore, che lo aveva acceso ascoltando dalla bocca dell’avola le sue gesta innocenti della giornata? Aveva forse fatto male Flavia, raccontando tutto? — No, in verità: nè male nè bene. E perchè dunque, provava egli contro di lei una specie di dispetto? perchè involontariamente, nell’animo suo, ne la rimproverava?
«Son donne entrambe,» egli pensò; «tra loro s’intendono. Certo, la mamma vedrebbe volontieri ch’io m’inamorassi della signorina; e.... certo quell’altra conosce le mie idee, pe’ suoi colloqui con la mamma. Che trionfo sarebbe per lei la mia conquista!... Fortunatamente un tal trionfo non potrà raccontare a nessuno, nè domani nè mai.»
In quel punto, mentre il giovine era tutto assorto ne’ suoi pensieri, fu sorpreso dal contatto d’un braccio che gli cingeva il fianco. Donna Marta s’era levata, era uscita anch’essa dalla sala e gli si era pian piano avvicinata.
— Che pensi, Aurelio? — gli mormorò con dolcezza all’orecchio, accompagnando il passo a quello di lui.
— Nulla. Perchè?
— Tu non sei in collera con la tua povera vecchia nonna, non è vero? Io sono talvolta un po’ rude con te, un po’ bisbetica, un po’ violenta. Devi compatirmi. Non ero così un tempo; son gli anni e le sofferenze che m’hanno tanto mutata! Ma, dopo tutto, io ti voglio sempre un gran bene....
— Oh mamma! — egli esclamò d’un tratto commosso. E la cinse, anche, col braccio e si chinò per baciarla su i capelli canuti.
Camminarono così, un poco, stretti l’uno all’altra, in silenzio. Sotto le arcate dei portici l’ombra del vespro s’era già diffusa, pallida e fioca, come una sfumatura più densa della luce verdognola che colava dal cielo nel cortile: su quell’ombra, in torno, le colonne si distaccavano biancheggiando, simili a grandi torce di cera. E una malinconia di fedi spente, di cose passate, d’uomini che non sono più, aleggiava per il luogo antico, dove le due figure, nere entrambe e taciturne, parevano i fantasmi di due monaci medievali vaganti ancora nel crepuscolo tra le mura dell’ospizio disertato.
— Il caffè è pronto! — annunziò improvvisamente Camilla con la sua voce più squillante, apparendo tutta rosea e leggiadra su la soglia.