— Avevamo deliberato di far due passi fino a Ceresolo; — annunziò la signora Boris. — Di giorno non si può uscire, per il caldo. Se non si approfitta della frescura della sera....

— È vero, non ci si muove più, — s’affrettò a dire donna Marta. — Io, per esempio, non so da quanti giorni resto chiusa in palazzo.

Si rivolse quindi ad Aurelio, e chiese sorridendo:

— Se andassimo anche noi fino a Ceresolo?...

— Veramente — mormorò il giovine, angustiato dalla proposta; — mi pare un po’ lunga la strada per te....

— Ma chè! E poi a questo tu non ci devi pensare. Se mi sentirò stanca, ritornerò da sola, passo passo.... Andiamo!

Proferì queste parole, fissando il nipote con occhi imperiosi, come volesse dominarlo con la suggestione; e, sùbito sorridente, appoggiatasi al braccio della signora Boris, si diresse con lei verso la porta del palazzo.

— Avanti la gioventù! — comandò la vecchia, fermandosi con la compagna sul piano del rialto.

S’avviarono così in due file per la via mulattiera, che costeggia a sinistra il lago, di là dal vecchio ponticello gittato su le povere acque del Riale. Aurelio e le giovini precedevano; queste tenendosi strette sotto braccio, quegli solo al fianco di Flavia. Le due signore venivano in sèguito, a qualche metro di distanza, alquanto più lente sì che perdevan terreno pressoché a ogni passo.

Il tramonto era oramai esausto: dietro le Alpi lontane il cielo s’era spento, e solo poche pallide bragi languivano ancora agli orli di qualche nuvoletta dispersa; la tinta neutra del crepuscolo aveva già avviluppato tutte le pendici, distendendosi come un drappo cinereo su la piana superficie del lago. A lunghi intervalli, squilli di campana a morto venivano dall’altra sponda, non si poteva precisamente capire da quale villaggio appostato sul golfo; e in torno, nei prati e per le siepi, il coro degli insetti infervorava. Un odor misto di fieno e d’acqua stagnante fluttuava nell’aria quasi immobile.