Aurelio, a capo chino, con le mani penzoloni, camminava in silenzio accanto alle due fanciulle, ch’erano in vece assai gaje e loquaci. Per quella specie d’orrore che le donne hanno del silenzio, discorrevano esse di cose vane, rievocando le memorie degli scorsi anni in campagna: gite, avventure, abitudini o conoscenze perdute. Ed egli, con un turbamento visibile, seguiva il suono di quelle voci, che parevan melodiare su le vaghe armonie della notte estiva.

— Ti ricordi? — disse d’un tratto Luisa alla cugina. — Quante volte si è fatta così, di sera, questa strada con Federico!

— Era la passeggiata preferita da lui.

— Eh, si capisce: è la più buja! — malignò sogghignando la bionda. — Ti ricordi anche quella volta ch’egli mi fece tanto spaventare, uscendo d’improvviso da una siepe? Io, per poco, non caddi svenuta; e tu in vece.... Di’ la verità: voi eravate d’accordo?

Come non avesse udito la domanda, Flavia mormorò quasi tra sè, con voce triste:

— Già due anni son passati da quel tempo! Come mi sento mutata!...

— A proposito — interruppe Luisa vivacemente; — volevo chiedertelo fin dall’altra sera sul rialto. Non trovi che il conte Aurelio rassomigli un poco al Bracci?

— È vero, l’ho notato anch’io; — rispose Flavia, volgendosi a osservare il giovine. — Negli occhi; nella bocca, specialmente quando parla o ride; ha perfino alcuni gesti identici a Federico...

Aurelio, da che aveva udito il suo nome, si era avvicinato alle due signorine, e aveva seguito attentamente le ultime frasi del loro discorso.

— A chi rassomiglio io? — chiese con curiosità alla signorina Boris.