— Che bujo, — esclamò Flavia, con la voce un po’ tremula, avvicinandosi al giovine. — Ho quasi paura!...
— Di che, dunque? — egli chiese, ridendo.
— Di tutto e di nulla. Mi han sempre fatto un senso strano le tenebre... Tu, Luisa, lo sai: io non ho mai potuto passar sola per una stanza oscura...
E, con un gesto repentino, ella mise il suo braccio sotto quello dell’Imberido.
Non dissero altro durante quell’aspettazione. Aurelio e Flavia, addossati al muro, stettero, quasi con l’animo sospeso, ad ascoltare i passi e le parole che s’avvicinavano lentamente; Luisa sedette su un macigno e incominciò a cantare con un filo di voce tenuissimo la romanza di Faust d’innanzi alla dimora di Margherita; poi, dopo poche note, anch’ella, attediata, si tacque.
— Ebbene? Che fate? Siete stanchi? — domandò donna Marta, trovandoli tutti e tre muti nelle tenebre. — E perchè questo silenzio?...
Flavia si sciolse sollecitamente dal braccio d’Aurelio e corse incontro a sua madre, dicendo:
— Vi si aspettava per sapere se dobbiamo ritornare o se si procede fino alla chiesa.
— Avanti! — ordinò la vecchia bruscamente.
— Avanti, — ripetè la signora Boris con la sua voce melliflua da contralto.