Discesero insieme nello stesso ordine di prima.

La chiesa di Ceresolo siede sul colmo del promontorio che protegge dalle tramontane la piccola baja di Reno, a capo d’uno spiazzo da tempo immemorabile tappezzato d’alte erbe, recinto da un muricciuolo quasi diruto. E il tramite per giungervi corre in mezzo a due siepi di sambuchi, così abbandonato anch’esso che l’erba e i muschi vi hanno liberamente messo radice tra gli apici della roccia. Così fitta era quivi l’oscurità e insidiosa l’ineguaglianza del terreno che Aurelio si volse più fiate ad avvertirne la nonna, la quale già protestava per la mancanza d’una lanterna. Fortunatamente il percorso era breve, ed essi usciron presto dall’ombra imprescrutabile in cui le siepi assai folte avvolgevano il sentiero.

— Un po’ di riposo, adesso, — disse donna Marta, e si soffermò colta da una sùbita ambascia.

Le due signore sedettero presso la chiesa sopra una pietra rettangolare che pareva il coperchio d’un antico sarcofago; il giovine, poi ch’ebbe accesa una sigaretta e scelto il punto d’onde la visuale era più spaziosa, si pose un po’ discosto a cavalcione sul muricciuolo; Flavia e Luisa, per iniziativa di questa, s’abbandonarono ridendo sul prato.

Dopo qualche momento non s’udì più nella gran calma delle cose che il pispiglio ininterrotto delle due donne in un angolo dello spiazzo, così sommesso che si confondeva con quello degli insetti nelle campagne circostanti.

— Canta, Luisa! — disse allora Flavia, cui le memorie avevano infuso una tenera mestizia.

La bionda tosto accondiscese; e la sua voce fluida e forte si levò nel silenzio, come un zampillo d’acqua balza subitaneamente dalla sommità d’una fontana muta al girar della chiave. Cantò ella ancora una melodia del Faust, quella lenta e velata con cui s’apre la grande scena di seduzione nel giardino di Margherita, al cader della notte:

Laisse-moi contempler ton visage....

Poi, come s’avvide che tutti l’ascoltavano intenti, ella proseguì; e il suo canto divenne caldo e appassionato, a volte s’addolcì come un sospiro, a volte ascese squillante come un grido, espresse successivamente l’angosciosa gioja della rivelazione, un desìo irresistibile di possesso, una disperata tenerezza, una smania oscura e fatale d’abbandono e di voluttà.

Nella strana disposizione di spirito in cui Aurelio si trovava alla fine d’una giornata per lui così diversa dalle altre, d’avanti a quei luoghi solitarii e misteriosi, tra i profumi snervanti ch’esalavano i prati e le acque, il canto di Luisa ebbe su lui un fascino nuovo e possente. Egli riconobbe la musica; ricordò le commozioni provate altra volta, udendola in un teatro; parvegli anche di riveder la scena rischiarata come da una luce lunare, e la tranquilla casetta tedesca mezza nascosta dal fogliame, e, in fondo, le due figure confuse insieme in un amplesso violento, al davanzale della bassa finestra cui la vergine s’era affacciata per mandare all’amante l’ultimo saluto. Fu, come già allo spettacolo reale, novamente sedotto e inebriato da quella magica finzione, alla quale l’arte dei suoni dava la sembianza di cosa più che vera, eternamente bella; e, nell’incoscienza della fascinazione, sentì sorgere e gonfiarsi dentro al cuore un desiderio folle d’amare, di gioire, d’obliar tutto in un gran sogno di felicità, di giuncare con i fiori più preziosi della sua anima privilegiata il cammino della donna eletta, affinchè questa passando ignara li calpestasse.