Quando Luisa si tacque dall’angolo dov’eran sedute le due signore vennero applausi e approvazioni alla cantatrice: era donna Marta che, suscitando l’ilarità della signora Boris, batteva calorosamente le mani e gridava a tutta possa:
— Brava! Brava Luisa!... — con lo schietto, romoroso entusiasmo d’una bambina.
L’Imberido, come si scotesse da un letargo, si passò più volte le mani su gli occhi, stese neghittosamente le braccia, poi, facendo eco debolmente alle approvazioni dell’avola, balzò con un salto dal muricciuolo a terra.
Nell’immenso silenzio s’udì suonar l’ora alle chiese lontane di Stresa e d’Intra: eran le nove e mezza. Un gran fuoco brillava su la vetta del Motterone, che pareva un vulcano; una profonda oscurità si stendeva in vece su tutti gli altri monti della riva opposta, fuorchè nelle borgate distese lungo il lago.
— Si va? — chiese Flavia, alzandosi in piedi.
— Andiamo! — risposero insieme sua madre e donna Marta.
Nel ritorno, all’inizio del sentier tenebroso, Flavia passò sùbito il braccio sotto quello d’Aurelio, e non si staccò più da lui che d’avanti alla porta del palazzo. Quivi si salutarono senza parlare, quasi commossi, stringendosi forte la mano.
Quando il giovine si trovò solo nella sua stanza, una gioja pacata e serena lo prese d’improvviso, come una sensazione assai gradevole di riposo dopo uno sforzo coronato da esito felice. Egli ristette qualche attimo sorridente e attonito nel bel mezzo della camera, col lume acceso in pugno; guardò il cumulo disordinato delle sue carte su la scrivania, e si compiacque, senza saper perchè, di sè medesimo, dell’opera sua, del suo destino che gli pareva aperto e chiaro come non mai. Nessun ricordo preciso di quel giorno era nella sua coscienza: egli non pensava nè a Flavia, nè al racconto del suo passato, nè al canto di Luisa, nè alla seduzione della musica amorosa; pensava vagamente a cose incerte e nebbiose, infinitamente piccole o infinitamente grandi, a tutto e a nulla. Si sentiva giovine, forte e sicuro; ed era lieto di vivere.
D’un tratto si mosse. Depose il lume su la scrivania, come usava fare tutte le sere; si sprofondò nel suo seggiolone d’avanti a questa; prese risolutamente la penna, e stette un poco con la mano ferma, sospesa su la pagina incompiuta dell’opera sua. Un soffio tenue di vento, come una carezza fluida, entrava a intervalli dalla finestra, portando nella stanza un odore acutissimo di gelsomini.
«Sono stanco,» egli pensò, senza stupore, senza rammarico: «scriverò meglio domattina.»