Gittò la penna, si levò in piedi, e incominciò sùbito a spogliarsi.
VI. Prime nebbie.
— Via, conte, coraggio! Faccia un bel salto nel vuoto, — gridò Flavia giù, dal giardino, ad Aurelio ch’era apparso in quel punto al balconcino della sua camera, con un libro aperto nelle mani.
Le due giovinette stavano in piedi, col viso levato verso di lui, tra due statue di ninfe seminude dai gesti raccolti e pudichi, d’avanti a un denso cespuglio d’ortensie tutto ornato da pallidi corimbi di fiori.
— Io verrò a morire ai loro piedi, — rispose Aurelio per giuoco, sporgendo il corpo dalla ringhiera come per misurare con lo sguardo l’altezza.
— No; noi lo riceveremo tra le nostre braccia, — disse audacemente la bionda; e scoppiò a rider forte, sbirciando la cugina che d’un tratto si fece seria e abbassò gli sguardi al suolo.
Aurelio sorrise e si ritrasse. Nel tepor blando della sera, l’anima gli si diffondeva nell’aria con la respirazione. Il vespero estivo aveva una purità di cristallo; come una grande brage ardente sotto il cielo, il poggio rosseggiava; tutte le cose sottostanti, penetrate d’ombra, parevan sommerse in un terso liquido azzurro.
Egli, ancor dubbioso su ciò che avrebbe fatto, venne presso la scrivania e vi lasciò cadere lentamente il libro che stava consultando. Il pensiero che Flavia era là ad aspettarlo gli metteva nel petto un palpito convulso. Provava, come sempre quando doveva andare incontro a lei, quasi una necessità di sosta, di riposo, di raccoglimento, prima di prendere una deliberazione; e rimaneva così, a lungo, con il corpo e il pensiero inerti quasi in attesa d’un impulso esteriore. «Devo andare? Devo rimanere?» si chiese alla fine; e parve a lui in quel momento che non solo le convenienze lo consigliassero a trattenersi nella sua camera, ma altresì la sua volontà e il suo desiderio.
«Discendere?» egli pensò. «E perchè? Forse che mi diverte codesta compagnia? E non ho perduto già troppo tempo per causa loro? Dai primi di giugno non ho scritto che una decina di cartelle, e anche queste dovrò probabilmente rifare. Val dunque la pena ch’io ritardi il compimento dell’opera mia per quelle donne? No, no, io non discendo. Io non voglio discendere!»
Si volse; e vide ancora dal balcone spalancato il poggio igneo ai riflessi del tramonto. Imaginò le fanciulle in basso, nel memore giardino, tra le due statue goffe, d’avanti ai frutici fioriti. Esse certamente l’aspettavano ancora, immobili al loro posto, e fors’anche, aspettandolo, discorrevano di lui. Un’acuta curiosità lo punse: di sapere come potessero averlo giudicato quelle due ragazze frivole e astute; di conoscere il sentimento diverso ch’egli aveva suscitato in ciascuna di esse. Rivolse prima la sua attenzione a Luisa, poi la portò sùbito su Flavia, di cui si soffermò a indagare con più sottile arte il pensiero.