Flavia entrò risoluta nella lancia, dicendo al giovine:
— Andiamo noi soli!
Aurelio, per la lunga dimora fatta sul lago, era un forte ed espertissimo vogatore. La lancia, spinta da’ suoi colpi di remo, tagliò l’acqua velocemente, e s’avanzò diritta come una freccia verso una delle grandi barche al largo.
Ambedue tacquero a lungo; ambedue avevan gli sguardi fissi nel vuoto, instancabilmente; ambedue parevano ascoltare ansiosi, quasi aspettando una qualche alta rivelazione dal gorgoglio sonoro delle ondette che si movevano intorno al legno.
Un turbamento invincibile, misto di gioja e di confusione, teneva Aurelio, da che si trovava, per un caso insperato e inaspettato, solo con Flavia su quel piccolo schifo perduto nelle acque, a quell’ora estrema del giorno, in quella luce moribonda. Provava un bisogno intenso di parlare; ma le parole, che gli si affollavano senza nesso alle labbra, erano impronunciabili. Sentiva un desiderio quasi doloroso di guardare la sua compagna, d’osservarla bene e lungamente nel viso; ma i suoi occhi non potevano staccarsi dalla banderuola azzurra che sventolava a poppa. Avrebbe voluto almeno provocare una sua parola, udirne il suono della voce; ma ella, come lui, pareva tenuta astratta e silenziosa da un incantesimo.
— Luisa è comparsa? La vede? — chiese alfine Flavia con accento pigro, dispiacendole perfino di volgere indietro il capo, nello stato d’attonitaggine in cui era caduta.
Aurelio ebbe un sussulto: fissò un attimo interrogativamente la compagna, come non avesse compreso; poi diresse gli sguardi al villaggio, e parvegli di vedere agitarsi sul lago, d’innanzi all’arsenale, una piccola forma oscura. Era certamente Luisa che veniva a raggiungerli.
— Sì, la vedo: ella viene, — disse.
— È ancora molto lontana?
— Sì, parecchio... Vuol forse che l’aspettiamo? — domandò con un’alterazione indefinibile nella voce e negli occhi.