Ella rimase alquanto pensierosa, quasi incerta. Poi rispose bruscamente:
— È inutile. Andiamo pure avanti. L’aspetteremo più tardi, laggiù!
Ritacquero. Aurelio, grato in cuor suo a Flavia, d’aver voluto prolungare il fascino di quell’assoluta solitudine tra le acque, riprese a vogare con lena anche più vigorosa, quasi cercasse di fuggire a un molesto inseguitore.
Il Verbano sembrava allargarsi man mano ch’essi si scostavano dalla riva e l’ombra cresceva: sembrava dileguarsi in una illusoria lontananza, prolungarsi a mo’ d’un vasto e lento fiume livido che non avesse per gli occhi nè principio nè fine. E nell’anima del giovine, inclinata verso quell’unica presenza femminile come da un possente desiderio di consorzio, era una strana eccitazione sentimentale, ferveva come un incendio improvviso di tutte le sommità liriche. Due o tre volte il nome di lei salì alle labbra d’Aurelio, e fu a pena trattenuto dalla volontà. Due o tre volte i loro sguardi, ora errabondi, s’incontrarono, parvero per un istante interrogarsi, e si sfuggirono quasi intimiditi dalla loro reciproca audacia.
— Eccoci! Si fermi! Si fermi! — ella gridò d’un tratto, allungando le mani verso quelle di lui per trattenergliele.
Aurelio, un po’ sgomento dall’atto e dal grido, abbandonò tosto i remi, e si volse a riguardare, udendo dietro di sè un tonfo come di cosa greve che si tuffasse.
Il navicello sorgeva prossimo a loro, con la sua massiccia e cupa mole uscente dal piano lacustre, alla quale l’alto albero e la stanga a poco a poco più larga del timone davano un aspetto fantasticamente geometrico contro l’estrema luce del crepuscolo. Ritto su la sponda del legno, un vecchio erculeo con le gambe ignude, col torso mezzo ignudo, tutto ispido di peli grigiastri, moveva faticosamente, facendo tre passi a ritroso, il gran remo scabro che a ogni spinta mandava stridi e sibili come un cignale ferito. Di quando in quando s’arrestava, stanco o affannato, e abbandonava il remo per tergere con l’avambraccio il sudore che gli colava in copia dalla fronte bassa e rugosa.
Aurelio e Flavia stettero a osservare la sua manovra, intenti. L’uomo dall’alto, durante una sosta, fece loro un saluto rispettoso, togliendosi il cappello e agitandolo nell’aria. Entrambi risposero con la voce, augurandogli a un tempo la buona sera.
— Poveretto! Come mi fa pena! — disse Flavia quasi tra sè, sinceramente commossa.
L’Imberido, benchè fosse attentissimo a quell’ombra nera che oscillava con la regolarità meccanica d’un ordigno, rimaneva affatto insensibile a quegli sforzi senili; e, udendo Flavia impietosirsi, senza volerlo sorrise.