Allora ella si rivolse a lui e, penetrandogli in fondo agli occhi con uno sguardo grave di rimproveri:

— Perché quel sorriso? — gli chiese.

— Non so, veramente. Un’idea...

— Ah, capisco! — fece ella, senza cessare di fissarlo, con accento d’irrisione. — Ricordo le sue parole là, su la spiaggia, ricordo anche altri suoi discorsi... Ella (credo per ismania di singolarità) s’è imposto lo scopo di conservarsi impassibile allo spettacolo delle sofferenze umane!... Come potrebbe dunque aver compassione d’un povero vecchio, che, non ostante la tarda età, deve continuare senza una speranza di riposo quel lavoro da schiavo o da galeotto?

Aurelio, attonito, la guardò. Ella non aveva mai parlato così. Non aveva mai osato contradirlo. Altre volte, quando egli le aveva manifestato apertamente alcuna delle sue più crude idee sociali, era rimasta silenziosa ad ascoltarlo, se anche non aveva fatto cenno d’approvare. Ora da che proveniva quell’ardire, quel calore di principii, quella voglia nuova e improvvisa di discussione? E che significavano nella sua bocca i due epiteti di «schiavo» e di «galeotto», riferiti per ironia a quel rozzo essere ignaro, come per proclamarlo contro di lui uomo libero e suo pari? Chi le aveva suggerito le parole ribelli, che non potevano essere il frutto d’una semplice anima femminile? — Un dubbio attraversò fulmineo il pensiero d’Aurelio: quelle eran le idee dell’Altro, dell’Indimenticabile, dell’uomo a lui ignoto ch’ella aveva tanto amato un tempo e forse amava ancora nel segreto del suo cuore, disperatamente. Certo, certo così per analogia doveva ragionare in politica quel rètore dell’amore che, dopo averle infocata la fantasia con un’abile comedia di passione e d’entusiasmo, s’era da un giorno all’altro comodamente sottratto alle responsabilità assunte, ripudiando senza scrupoli ogni sua promessa, ogni suo giuramento, ogni suo impegno morale!

Il giovine ebbe da questo dubbio una specie di gelosia, una specie di sordo furore vendicativo contro lo sconosciuto e per riflesso contro la fanciulla che aveva parlato come in suo nome. Rispose dunque con la voce aspra, contenendosi a stento:

— Signorina, quell’uomo non è soltanto immeritevole della mia compassione; ne è anche indegno. La fatica per lui non è un dolore; e le sue occupazioni, se pur sembran gravose, non son certo, anche considerate come semplice consumo di forze, paragonabili..., ad esempio, alle mie. Ed io non mi son mai compianto, nè so che altri mi abbia compianto mai. D’altra parte le sofferenze dell’infima umanità sono il risultato logico, necessario, anzi provvidenziale della concorrenza per la vita tra gli individui di nostra specie. Io non stimo dunque uomo sano, nè forte, nè ragionevole quello che non può assisterne allo spettacolo senza commuoversi e cedere a un sentimento di ribellione contro le leggi incommutabili dell’esistenza, che sono anche quelle del progresso.

— Eppure, — ella insistette, — vi sono molti giovini còlti e d’ingegno quanto lei, i quali si sono imposto come un ideale la redenzione di quelle classi sofferenti, ch’ella chiama con disprezzo: l’infima umanità...

— Quei giovini, — disse impetuosamente Aurelio, esagerando il suo pensiero, quasi avesse avuto l’Altro per avversario nella discussione, — quei giovini, se anche hanno ingegno e coltura come lei asserisce, van pur sempre considerati come imbecilli morali, perchè sono o ingenui o fiacchi o bugiardi. E il loro ideale per conseguenza non può essere che un’utopia, una scempiaggine sentimentale o un inganno.

Flavia pareva che traesse dalla sua acredine crescente una sorta di piacere maligno. Lo guardava fissamente, socchiudendo gli occhi alla maniera dei miopi, e aveva su la bocca un sorriso quasi impercettibile, come una lieve ombra agli angoli delle labbra che i denti di sotto continuamente mordevano.