Su l’atto egli non trovò il modo di mitigare l’asprezza della frase, togliendole almeno ogni significazione personale; e, nella necessità di sopportarne tutte le conseguenze, riprese il remeggio in silenzio, con un’energia maggiore, come gli tardasse omai che la riva fosse raggiunta.
La notte aveva già disteso il suo mantello bigio sul lago; la riviera di Piemonte scintillava di fiamme minute, in lunga fila; le creste più alte, quelle del Motterone e dello Zeda, si vedevan rischiarate dalla luna sorgente.
Allora la malinconia lo assalì; uno scontento amaro di sè stesso e del mondo si levò dalle profondità del suo spirito e vi si diffuse come una nebbia. Il ricordo del suo lavoro lento, interminabile, che da più giorni progrediva a pena tra difficoltà sempre crescenti; l’imagine dell’avola debole, decrepita, malata; la previsione d’una solitudine senza fine; il terrore d’un’esistenza diversa dal suo sogno, sacrificata alle necessità corporali, oppressa forse da un giogo ignobile; tutte le sue tristezze, tutte le sue paure gli passaron di nuovo a traverso la mente con una rapidità fulminea, a similitudine di spettri esili e confusi volanti verso una porta piena d’ombra. In vano egli tentò di ribellarsi a quella dominazione di fantasmi neri; in vano cercò in sè un pensiero gradevole, una speranza o un desiderio che potesse sottrarlo ad essi. Il proposito di rimettersi assiduamente al lavoro lo riempì di tedio e di freddo. L’imaginazione d’un possibile avvenire di gloria si trasformò subitamente in una visione certa di morte. — A che avrebber dunque servito i suoi studii, le sue fatiche, le sue opere? E che cosa avrebbe potuto fare egli, solo sconosciuto povero fiacco, contro l’onda immane dei preconcetti, degli appetiti, delle ambizioni d’una folla innumerevole?
Egli era scoraggito, deluso, vinto; il suo sogno sfumava; la sua vita non aveva più scopo; egli si vedeva fuggito da tutti, dannato a un isolamento perenne tra uomini nemici o estranei a lui. Chi dunque lo amava? Chi lo avrebbe soccorso, malato o miserabile, quando la nonna sua fosse scomparsa? E a che farmaco miracoloso avrebbe egli chiesto la forza nuova per tollerare un’esistenza simile a un esilio?
Alcune parole disperate risonarono dentro di lui, acute come un grido: «Mio Dio, come mi sento stanco di vivere!» Esse gli eran misteriosamente scaturite dalle viscere profonde, ed egli le aveva pensate senz’averne coscienza, come inconsapevole le avrebbe urlate al silenzio in un momento di supremo abbandono. Non l’anima sua le aveva suggerite; aveva parlato in lui l’oscuro Genio della Specie; e la vana invocazione non era se non una delle innumeri espressioni di lamento delle creature che si senton sole e sterili e inutili, il grido d’angoscia che la tirannica Natura strappa a queste, reclamando le vite del domani in pericolo di non essere.
Aurelio guardò istintivamente la sua compagna. Ella s’era levata d’improvviso in piedi e fissava con intensità un punto lontano d’avanti a sè. Il suo corpo svelto ed eretto, con le braccia un poco allargate nello sforzo di tener fermo il governo del legno, si disegnava sul piano cupamente glauco delle acque e pareva ingigantito. Una trepidazione continua rendeva incerte le linee di quell’alta figura gorgónea, cui il vento della corsa agitava i capelli alquanto scomposti e le pieghe ampie della veste. E partiva dal suo sguardo vitreo e fosforescente un bagliore magnetico, qualche cosa insieme di procace e d’imperioso, come una sfida, come un invito muto e fatale al giovine che lo scrutava. «Io ti potrei soccorrere,» gli dicevan quegli occhi che non lo guardavano. «Io ti potrei amare. Io ti veglierei malato e seguirei fedele i tuoi passi nell’esilio. Io, io sola saprei trovare il farmaco che tu cerchi e te lo porgerei con queste mani carezzevoli in una coppa illibata. Ma tu dovrai esser mio, appartenermi tutto, struggerti tutto tra le mie braccia, esser per me lo schiavo che lavora e che mi nutre col profitto del suo lavoro. Che mi fanno le tue ambizioni? Che mi fa il tuo sogno? Io non vedo in te che l’uomo predestinato a generare i miei figli e a rendermi agevole e dolce la vita.»
E Aurelio, leggendo in quegli occhi le parole dell’Incantesimo, pensava al corso degli anni venturi, a sè medesimo legato ai polsi da una catena ferrea con quella creatura mediocre e assorbente, pensava alla povera casa sempre sudicia, romorosa, devastata dalla barbarie infantile, ingombra forse di ribelli, forse d’indegni, forse d’intrusi. E poichè le parole avevan pur sempre su lui un fascino irresistibile, simile all’attrazione vertiginosa che sale dagli abissi, egli andava ripetendo a sè stesso: «Diffida e guàrdati! Non credere! Non illuderti! Ella non ti amerà mai; ella non accetterà mai di dividere la tua sorte malinconica! Per lei, come per tutti gli altri, tu non sei che un estraneo.» Ma questi pensieri, ben lungi da confortarlo, aggravavano in vece il suo scoramento, rendevan più vasto e più squallido il deserto intorno alla sua solitudine.
— Osservi! — disse Flavia d’un tratto, sempre ritta e attenta, accennando con la mano un punto dietro le spalle di lui. — Che c’è laggiù? Che cosa sono quei lumi? Osservi!
Aurelio si volse.
Un’ombra densa premeva sul villaggio, ormai non molto lontano. In quell’ombra la spiaggia e gli abituri erano invisibili, e soltanto le poche case intonicate si distinguevano a pena, come pallori incerti. Presso la chiesa, raccolte in gruppo, molte fiammelle tremolavano, acute e distinte, diffondendo in torno un’aureola rossastra.