Sotto quegli sguardi armoniosi come un canto, la confusione del giovine crebbe, si trasformò, divenne un’ebrezza tenera e imaginosa, una specie di spasimo spirituale, misto di temenza e di gaudio. Egli sentiva il cuore gonfio e convulso, sentiva affluire a fiotti il sangue al cervello, sentiva l’anima ammorbidirsi e sciogliersi come fusa da un calore supremo. L’angosciosa mobilità del suo pensiero s’acquetava; pareva che tutto il suo mondo interiore si dissolvesse in guisa di nebbia e vanisse rapidamente, disperso da una raffica, nelle profondità d’un cielo oscuro come quello che si schiudeva sopra il suo capo. Alcune frasi liriche, inaspettate, si abbozzavano a intervalli nella sua mente, illuminandola con la fugacità frenetica di lampi: «Oh, dimenticare tutto, tutto, tutto... Fuggire lontano, molto lontano dagli uomini in un paese vergine, selvaggio, primaverile... Esser solo, forte e libero in cospetto della Bellezza... Amare, inebriarsi d’amore, vivere e morire in un’estasi sublime senza pensieri, senza rimpianti, senza dolore...» Era il gran Sogno che incominciava, il Sogno dell’eterna passione umana. Era un desiderio fatale d’integrazione, di struggimento, di creazione che lo accendeva, ch’esaltava la sua anima per modo che ogni imagine vi si riproduceva alterata sotto forma di poesia. E i frammenti del carme immortale continuavano a succedersi dentro di lui, abbaglianti e sonori, sempre più tenebrosi e sempre più incantevoli, spontanee polle d’Arte scaturite dai più densi misteri della Vita.

Gli passava da presso la Felicità, ed egli udiva bene nel silenzio della notte il rombo delle sue ali; egli sentiva l’aria scossa e turbata dall’eterna Chimera proteiforme, dietro a cui gli uomini volan travolti, come foglie nel vento d’un traino impetuoso.

— Rallenti, ci siamo, — disse Flavia con la voce spenta.

Quando ebber lasciata la barca, Aurelio, quasi dimentico di lei, ascese solo in corsa la spiaggia verso il palazzo. Si vedevano ancora tra i fusti sottili dei salici e dei gàttici tremolare sinistramente le fiamme della processione, che s’allontanava salmodiando verso Ceresolo.

Sul rialto eran sedute, in aspettazione di Flavia, la signora Boris e Luisa.

— La mamma? — chiese Aurelio, trafelato dalla corsa, senza lasciarle parlare.

— È rientrata, sarà una mezz’ora, — rispose la signora Boris: — non si sentiva bene..

«Lo sapevo! Lo sapevo!» gridò una voce nel cuore del giovine. Ed egli, senza salutare, si volse, attraversò velocemente il cortile, salì gli scalini a due a due tra le tenebre, si trovò con il respiro strozzato dall’affanno d’avanti alla porta della camera di sua nonna.

Aperse, dopo una breve pausa.

La stanza era avvolta in una penombra bronzea e oscillante. Il gran letto pareva nel mezzo un catafalco funebre, alto com’era e senza sporgenze nè a capo nè a piedi; e in torno era un vuoto di squallore. Sul comodino una candela tutta consunta mandava fumigando gli ultimi bagliori a scatti, come palpiti d’anima moribonda.