Su le prime Aurelio credette che donna Marta fosse già discesa, dimenticando di spegnere il lume. Poi, d’improvviso, egli la vide là distesa, supina sul letto, ancor tutta vestita e con gli occhi chiusi, forse assopita, forse svenuta, forse forse...!

Gittò un’esclamazione rauca, congiungendo le mani in atto di stupore e quasi di preghiera. Si precipitò verso di lei, mormorando tra i singhiozzi:

— Mamma! Mamma! Mamma!

VII. Al bivio.

Era l’ora più calda del giorno.

Aurelio aveva esplorato i sentieri che corrono su la collina tra Cerro e Laveno, quei sentieri a pena praticabili che, già un tempo comodi e spaziosi, servirono ai soldati d’Austria per salire al forte, piantato su la vetta e ora interamente distrutto.

L’altura recava ancora le tracce del vandalismo militare, che per lungo periodo vi aveva regnato: nessuna coltivazione su quel pendìo dolce e terrigno dove sarebber potuti prosperare al bacio d’un sole benefico le viti e i frumenti; allignavano in vece tra l’intrico delle viottole sabbiose, l’erbe e gli arbusti selvatici, cespugli di ginepro e di timo, ciuffi di ginestre, folti tappeti di muschio e di menta, spandendo in torno l’odore aspro e aromatico delle altitudini alpestri. Non una macchia d’alberi d’alto fusto sorgeva a perdita d’occhio su i fianchi del colle arcigno, a romperne con l’ombra la radura solatìa: così gli antichi dominatori lo avevan voluto nudo e libero, come una rocca, contro le insidie nemiche. Solamente in alto, presso la sommità, una novella vegetazione di castagni era da pochi anni cresciuta, e ondeggiava docile al vento su i ruderi della trista tirannide straniera.

Dopo aver girovagato a lungo e senza scopo per la collina, Aurelio Imberido, oppresso dalla caldura, s’era rifugiato al rezzo tenue di quella selva adolescente, in un punto pittoresco di fronte al lago. Ora immobile e distratto, con gli occhi smarriti nella luce, riposava il corpo affaticato, steso su l’erba come sopra un giaciglio.

Da qualche giorno quella era la sua vita: i luoghi circostanti non avevan più segreti per lui; egli aveva percorso ogni sentiere, era penetrato nel più fitto delle boscaglie, aveva scoperto le vallucce più nascoste, asceso i pendii più ripidi, superato i passi più ardui. Un bisogno istintivo di moto, di distrazione, di stordimento lo spingeva all’aperto appena si trovava solo, d’avanti al suo lavoro divenutogli omai più che impossibile, intollerabile. Qualunque sforzo della volontà, qualunque freno della ragione rimanevano irriti contro l’inquietudine che ferveva nelle profondità del suo essere. Egli doveva uscire di casa e camminare; egli doveva fuggire sè stesso per ritrovarsi a ogni sosta, a ogni svolta della via e riprender da capo disperatamente la sua inutile fuga.

In quei giorni le relazioni tra le due famiglie in palazzo eran divenute più strette e più cordiali; omai si poteva dire che donna Marta e le signore Boris vivessero in una specie di comunione familiare, ritrovandosi sùbito dopo i pasti, facendo le medesime passeggiate, trascorrendo insieme i pomeriggi più caldi nella frescura del cortile o in giardino al rezzo della pineta, e le lunghe serate sul rialto in vista del lago e del tramonto. Aurelio non era sempre in compagnia delle donne. Pareva anzi che cercasse di sfuggirle, di sottrarsi ai loro inviti, di tenersi estraneo più che poteva a qualunque maggiore intrinsechezza con le vicine. Ogni sera però regolarmente compariva sul rialto e rimaneva a conversare con esse fino al momento in cui tutte si ritiravano nei loro appartamenti.