Le gite in barca s’eran ripetute soltanto per due volte, prendendovi parte anche le madri, e poi, interrotte da una giornata piovosa, non erano state più riprese; si eran fatte in vece alcune brevi passeggiate a Ceresolo, verso il Fortino o verso Mombello, ma ben presto si era dovuto rinunciare anche a queste per la salute di donna Marta, afflitta in quei giorni da una recrudescenza oscura de’ suoi mali. Si passavan dunque i lenti vesperi estivi invariabilmente d’avanti al palazzo, come nei primi tempi, le giovini distese su l’erba dello scalere e le madri sedute nelle loro poltroncine sul piano del rialto; e l’abitudine di quel ritrovo e l’immobilità prolungata rendevan ciarliere le quattro donne, favorivano il fluido e vano chiacchiericcio femminile, lasciando il giovine muto e come dimenticato nel suo angolo a contemplare con occhi spenti l’immutabile paesaggio e a ruminare dentro di sè propositi vani di liberazione.

Egli sedeva di solito su la lastra di granito infissa nel muro, dietro le due signore; qualche volta, per incitazione di donna Marta, discendeva fin sul margine dello scalere, e si collocava sempre a fianco di Luisa, deliberatamente. Tra lui e Flavia, dopo la loro gita in barca, pareva che per ragioni occulte fosse scoppiato un sordo contrasto, un dissidio profondo delle anime che li teneva lontani, inconciliabili, sdegnosi o paurosi d’un avvicinamento. In quei convegni crepuscolari, essi non si rivolgevan mai direttamente la parola se non costretti dalla necessità; non si fissavan mai negli occhi, o almeno ciascuno dei due cessava di guardar l’altro appena i loro sguardi s’incontravano; non si stringevan mai la mano per saluto nè all’arrivo nè alla separazione. Il contegno gelido e quasi ostile di Flavia era certo per Aurelio una tortura senza nome; ma, nei momenti di riflessione, egli lo sapeva intendere e giustificare con il suo stesso contegno altrettanto freddo e sostenuto. Ciò che più l’angustiava e l’irritava era in vece la loquacità spontanea di lei, la facilità con la quale ella prendeva parte alla scipita conversazione generale, la festività imperturbabile delle sue parole e de’ suoi atteggiamenti. Questo egli non sapeva comprendere; questo non sapeva scusare: questo offuscava costantemente la sua ragione, come un’offesa brutale e ingiusta ch’ella ogni sera gli lanciasse in viso.

Quando si trovava solo nella sua camera già occupata dalla notte, la ribellione del suo spirito prorompeva alfine senza ritegno. Egli sentiva crescere il suo dispetto contro Flavia e crescere la sua umiliazione per la passività colpevole con cui si prestava a quel martirio quotidiano; sentiva che un atto d’energia si richiedeva senz’indugio per distruggere il fascino maligno che lo dominava e riconquistare l’indipendenza e la serenità necessarie al suo lavoro. Non gli pareva ormai più possibile di continuare una vita simile; ed egli, come i giorni passavano senza rimedio, si rivoltava contro sè medesimo, ricercava dentro, con una smania puerile, le cause di quella sua nuova debolezza, i motivi d’un turbamento così grave delle sue facoltà.

Una ripugnanza suprema gli si levava dalle radici dell’essere, al solo pensiero ch’egli potesse amare quella creatura frivola e sdegnosa; che dovesse un giorno invocare da lei la pace perduta, la forza di sopportare un’esistenza affatto diversa dal suo sogno. — No, non l’amava, non l’avrebbe mai amata. Volgendo ora a Flavia il fuoco della sua mente, provava egli forse un movimento di simpatia intellettuale o morale per lei, un fremito passaggero di tenerezza, il più tenero desiderio di sensualità? No, non provava nulla di tutto ciò; egli si sentiva il cuore arido e gelato come non mai. La sua inerzia dolorosa doveva aver dunque ben altre origini; ma quali, quali? — Nel più forte dell’incertezza, per allontanarsi vie più dall’ipotesi temuta, egli s’indugiava allora a esaminare con maggior pacatezza lo stato delle cose e dell’anima sua, a indagare dentro e fuori di sè tutte le cause possibili del male ond’era afflitto; e a mano a mano riusciva a illudersi con le più umili supposizioni, ora riversandone la colpa su la nonna che insisteva per volerlo trascinare con sè, ora imaginando un’infermità del suo sistema nervoso che l’assiduo studio e l’intensità delle concezioni dovevano avere affranto e debilitato.

Esaurita l’indagine, gli pareva d’esser calmo e libero d’ogni timore: voleva coricarsi e dormire, ma un impulso cieco lo spingeva d’un tratto verso il balcone, dov’egli rimaneva lungamente immobile e ritto nell’oscurità, ad ascoltare commosso il gorgoglio delle acque nel giardino o il grido querulo dei gufi nelle altitudini della pineta.

Oh, quelle notti tepide, senza luna, che abissi riflettevano nell’anima del giovine, china per la prima volta su gli abissi sacri del Divenire! Il cielo fecondo, scintillante d’astri, talvolta a pena attraversato da un’ala di nebbie, spiegava sul suo capo un poema di gioja e di passione; la campagna muta e nera spingeva verso di lui un profumo inebriante di fiori e di resine, il vasto alito della vegetazione in atto di crescere e di moltiplicarsi; il vento, che a tratti esagitava le tenebre, gli accarezzava la fronte, gli mormorava all’orecchio parole divine, rotti sospiri, gridi giubilanti, tutta la sublime sinfonia della Voluttà che il mistero delle notti protegge e consacra. In quel viluppo d’apparenze incantevoli egli a grado a grado s’obliava, si semplificava, smarriva ogni facoltà di critica e d’analisi, ogni vanità e ogni timore: si sarebbe detto che l’essere primordiale e selvatico si risvegliasse in lui, uscisse libero, fresco, infantile dalla spoglia artificiale che l’opprimeva. E questo essere si sentiva languire nella solitudine, spasimava di desiderio, agognava febbrilmente a utilizzare la sua fugace giovinezza, a crescere, a fiorire, a concedersi e a possedere, in un immenso slancio verso la felicità che integra e che crea. E l’imagine di Flavia, della Donna conosciuta e vicina, gli si levava nel pensiero, sorgeva alta e fulgida come un sole nel cielo del suo Destino.

Ma l’incanto dell’Ombra e del Silenzio finiva: sopraggiungevan la stanchezza, lo snervamento, il bisogno fisico di mobilità e di luce. Il giovine si scoteva, si ritirava dal balcone, rientrava nella camera a passi incerti, con gli occhi umidi e tardi, con il cuore oppresso come da un peso immane. E il noto ordine dei mobili, la rossastra fiamma della candela, la tavola coperta di libri e di fogli dissipavan gli ultimi residui del sogno inutile, richiamandolo tosto all’amara realità della sua vita, alla consapevolezza del suo triste ideale, de’ suoi rimpianti, de’ suoi vani propositi di liberazione e di lavoro. Egli, affranto e disperato, si gittava sul letto e invocava dal sonno, dall’unico consolatore dei deboli e degli inetti, il riposo d’un’ora, l’oblìo mortale di sè stesso e del mondo.

Così i giorni succedevano ai giorni senza rimedio, senza novità, senza mutamenti; e luglio in tanto era venuto e inoltrava, un luglio torrido e polveroso, essiccato da un chiarore feroce, petrificato dall’assidua bonaccia dell’aria e dell’acqua, immobili come cristalli.

A rompere la torbida monotonia di questo periodo, un dubbio nuovo e inatteso era piombato d’improvviso la sera innanzi nell’anima dell’inerte, scotendone la volontà, svegliandone la coscienza, illuminandone la ragione. Non era stato che un attimo, un lampo, uno di quei bagliori fuggevoli che incendiano per poco l’oscurità e si spengono; ma in quell’attimo la latebra d’un’altra anima s’era svelata a’ suoi sensi, e un dubbio era sòrto, il dubbio dolce e tremendo d’una grande cosa ch’egli non aveva avuto il tempo di desiderare, prima di conoscere e di temere. Aveva forse traveduto? Era stata un’illusione? era stato un inganno o un giuoco? Non importava. La cosa era possibile, se anche non certa. E la sola possibilità valeva per lui, che non aveva saputo presupporla, quanto una rivelazione.

La sera innanzi donna Marta, assalita durante il pranzo da uno de’ suoi più fieri accessi d’asma, non s’era potuta presentare al solito convegno vespertino d’avanti al palazzo. Dopo esser rimasto per una lunga ora ad assisterla e a confortarla durante il parossismo della crise, Aurelio l’aveva lasciata in custodia di Camilla ed era disceso, per volontà della nonna stessa, a giustificare presso le vicine l’assenza di lei. Le signore Boris, consigliate dall’insolita caldura del tramonto o stanche forse d’aspettare, avevano abbandonato il luogo di ritrovo per fare un breve giro in barca nelle vicinanze; si vedeva in fatti, su lo specchio lucido delle acque a un centinaio di metri dalla riva, la lancia dalla banderuola azzurra, che volgendo la poppa s’allontanava sempre più.