— Come vuol bene a sua nonna! — aveva detto. — Io non avrei mai supposto un sentimento così profondo in lei: l’avevo giudicato male, e lo confesso. Io la credeva freddo, indifferente, incapace d’amare, un po’ per egoismo e molto per orgoglio. Quei pochi discorsi che abbiamo avuti insieme, mi avevano fatto supporre ch’ella fosse uno di quegli uomini forti che sdegnano qualunque affetto, qualunque legame, qualunque sacrificio, per meglio riuscire al proprio scopo. Ella in vece è tutt’altro, ella è un uomo di cuore, di molto cuore...
Aveva soggiunto, dopo una pausa:
— Grazie; grazie, signor Aurelio, d’avermi creduta degna di conoscerla e di poterla apprezzare.
Ed eran proceduti, senz’altre parole, verso le lontananze che l’oscurità incominciava ad assorbire, ambedue diversamente turbati: Aurelio sentendo piovere su l’anima il refrigerio di quell’elogio impreveduto; Flavia assaporando ancora la dolcezza di quelle imprevedute confidenze. E le due vite, disgiunte sempre da un ostacolo immane, s’eran protese con tutte le forze loro una incontro all’altra.
Ella d’un tratto aveva lasciato il remo, mormorando:
— Sono stanca!
Egli pure, nello stesso attimo, aveva cessato di vogare e s’era fermato accanto a lei, come vinto da un accasciamento improvviso.
La notte era discesa: su le acque il chiarore del crepuscolo s’era ristretto intorno ai due piccoli schifi come un cerchio cinerino; al di là l’ombra aveva avvolto ogni cosa in una nebbia azzurra, imperscrutabile. La lancia lontana, in quella nebbia, era scomparsa.
I due giovini s’eran trovati così, soli e come perduti in una immensità, vicinissimi sebbene ancor divisi da una sottil lingua liquida, da un abisso. Non si guardavano, non parlavano, non avevan cercato d’accostarsi, immobili entrambi su i loro legni immobili. Ma una virtù misteriosa li aveva sospinti dolcemente uno verso l’altra, li aveva insensibilmente approssimati, aveva fatto sì che l’abisso tra loro si chiudesse e le due spole natanti, attraendosi a vicenda e scivolando silenziose su l’acqua, giungessero fino a combaciare. All’urto lieve dei legni, essi s’erano scossi sorridendo, s’eran guardati negli occhi con un’espressione infinitamente lusinghevole; e Flavia aveva levato con atto pigro una mano dal grembo, aveva preso in pugno i due bordi perchè di nuovo non si staccassero.
Qualche minuto d’oblio supremo era passato sopra di loro nel crepuscolo deserto. — Esisteva una Umanità? Esistevano altri esseri su la Terra? Non eran plaghe sconosciute e inospiti quelle che si stendevano nell’ombra, oltre il cerchio ancor luminoso che avvolgeva le barche come un cerchio di magìa? Non bastavan forse le loro due vite per animare tutto il creato? — Certo, Aurelio aveva avuto in quel breve lasso di tempo la ferma persuasione d’un’assoluta solitudine intorno a loro, il sentimento netto e definitivo della loro sufficienza in un’assoluta solitudine. E, inconscio e risoluto, provando il bisogno imperioso d’unirsi all’altra creatura superstite d’un mondo inutile e distrutto, di sentirla, di mescolarsi perdutamente con lei, aveva posata la sua su la gracile mano femminile che, spontanea al contatto, s’era rivolta, quasi per offerirsi tutta quanta al suo desiderio.