Oh, quella lunga stretta concorde, che solco vivo di passione aveva lasciato su le loro palme! E che grande rivelazione era stata più tardi per il giovine, ingenuo e sensibile ancora come un adolescente!
Rientrando in casa, egli, dopo essere passato da donna Marta e averla trovata calma e dormente, era corso nella sua camera, vi si era richiuso a chiave, aveva spalancato i battenti del balcone per esalare alfine liberamente in un gran sospiro la piena interna della sua esaltazione, trattenuta fino a quel punto dal pensiero della nonna sofferente. Che notte, quella! Che notte! Egli non ne ricordava una simile in vita, nè credeva che fosse possibile di superarne una più agitata e più folle! Egli aveva riso, aveva pianto, aveva percorso volte infinite in su e in giù la vasta camera, era rimasto ore intere immobile sul balcone, ascoltando il tumulto del suo cuore sul fremito immenso della campagna tenebrosa. Da scoppii d’entusiasmo indescrivibili, in cui tutta l’anima sua s’era lanciata a volo verso il cielo, era piombato subitaneamente in prostrazioni supreme, in mortali desolazioni, durante le quali la terra non gli era parsa a bastanza profonda per nascondere la sua miseria. Aveva visto a vicenda le più fulgide speranze dissolversi in paurose ansietà, i dubbii più laceranti trasformarsi per prodigio in ebre, impazienti aspettazioni di gioja. Mille volte egli s’era detto: «Bisogna fuggire, non più avvicinarmi a lei, non più vederla, mai, mai!» Mille volte s’era chiesto: «Perchè non vado ora a battere alla sua porta e non la chiamo sùbito a me?» E tre parole, tre sole parole — un canto, un poema — non avevan mai cessato di ripetersi nel suo cervello sopra i timori, sopra le speranze, su i propositi di rinuncia, su i propositi di conquista: «Ella m’ama! Ella m’ama! Ella m’ama!»
Che mutamento era dunque avvenuto in lui durante il breve letargo, in cui era caduto ai primi chiarori dell’alba con il dolce nome ancora impresso su le labbra? Per qual segreto processo il gran fuoco divampato quella notte nella sua anima, s’era così rapidamente consunto, ed egli, risvegliandosi, non aveva trovato se non un gran cumulo di cenere arida e fredda?
Quella mattina, sorpreso dal sole, ch’era penetrato per l’aperto balcone fino al suo letto, Aurelio non aveva avuto che un ricordo confuso degli avvenimenti e delle commozioni della sera innanzi. Il tremendo accesso d’asma della nonna sua, che l’aveva tenuto un’eterna ora in cospetto della morte ad aspettare il rantolo estremo; l’incontro fortuito con Flavia presso l’arsenale; le proprie spontanee confidenze; le parole lusinghevoli di lei; la loro stretta di mano eloquentissima nella solitudine del lago oscuro; l’ansietà che lo aveva incalzato in vicinanza del palazzo al pensiero improvviso dell’avola, dimenticata durante quel tempo; la sovreccitazione quasi febbrile di gioja da cui era stato preso in vederla calma e assopita; e poi le deliranti agitazioni nella sua camera, gli impeti alterni di tenerezza e di rivolta, la vicenda vertiginosa delle risoluzioni e degli scoraggiamenti, i magici sogni vissuti a occhi aperti d’avanti alla maestà della notte, — tutto al risveglio gli era tornato in confuso alla memoria dopo la prima stupefazione, trovandosi disteso sul letto, nel sole mattutino, ancora interamente vestito e così stanco come dopo una burrascosa notte di piaceri.
Un movimento brusco di dispetto contro sè medesimo lo aveva fatto balzare a terra; lo aveva spinto con violenza a chiudere le imposte del balcone, per ricacciare indietro quella luce invadente che gli dava una specie di sbigottimento misto di rabbia e di molestia. Doveva esser tardi: il giardino, visto come a traverso un cristallo leggermente torbido, languiva già sotto un’afa opprimente; nella camera, spalancata da parecchie ore al gran sole, si soffocava. Egli, dopo avere immerso a più riprese il capo nell’acqua, era uscito immediatamente su la loggia ancora in ombra, s’era trovato senza volerlo d’innanzi alla porta di donna Marta, aveva aperto, era entrato.
La nonna, in un disordine fantastico, stava assisa alla specchiera, e Camilla, in piedi dietro lei, era in atto di pettinarne le lunghe trecce argentee. Ridevano entrambe così allegramente nell’ilare splendore della mattina estiva, che il giovine, apparso su la soglia in aspetto quasi funereo, aveva dovuto atteggiar sùbito il volto a un sorriso di maraviglia e di simpatia.
Egli s’era seduto accanto alla vecchia, aveva ascoltato per la centesima volta una delle molte barzellette tradizionali, ch’ella si piaceva di raccontare nei momenti lieti e a seconda delle occasioni. Era poi disceso al suo braccio in sala da pranzo, dove aveva atteso pazientemente l’ora della colazione, temendo sempre di rimaner solo, sperando di sottrarsi in compagnia di lei ai rimproveri e ai sarcasmi che sentiva formicolare incessantemente in fondo al suo pensiero. In fine, quando ella era salita di nuovo in camera per riposarsi, s’era lanciato all’aperto, verso i boschi ombrosi della valle, poi su su per la china aspra e solatìa finchè stanco, madido, accecato dal bagliore, s’era lasciato cadere su l’erba al rezzo dei giovini castagni, presso la sommità del colle arcigno.
Là, nella inerzia ristoratrice, udendo sopra il suo capo stormire le fronde, contemplando con occhi piccoli la placida ridente distesa del lago, egli rivisse, non più in confuso, lucidamente, pacatamente, l’ora insidiosa delle confidenze, dei conforti e dei silenzii. All’eccitazione enorme della notte era succeduta una languida apatia, uno stato d’esaurimento sentimentale assai propizio alla riflessione serena dei fatti e al giusto discernimento delle conseguenze e delle prossime opportunità; le distrazioni della mattina avevan lasciato calmare la rivolta morale, avevano estenuato negli inutili assalti i rimproveri e i sarcasmi della sua coscienza irritata. Egli poteva dunque giudicare e deliberare; egli poteva veder chiaro in sè e intorno a sè, illuminare col fuoco della pura intelligenza l’errore del jeri e gli smarrimenti possibili del domani; poteva discernere ancora nettamente la mèta lontana, che s’era imposta, e rintracciare il cammino più diritto per raggiungerla.
Egli si domandò freddamente: «Che avviene dunque in me? Che vado facendo da un mese a questa parte? Come e perchè mi trovo tanto mutato in poco tempo? Sono io infermo? E il mio male è un male fisico, o non piuttosto un male della volontà, dell’intelligenza, del sentimento?» Era inutile negarlo; egli si trovava veramente mutato, così mutato che a stento riusciva a riconoscersi; si trovava pieno d’inquietudini dianzi sconosciute, d’ansietà misteriose, di desiderii inafferrabili, incerto, svogliato, indifferente a tutte le cose che prima lo appassionavano, incapace d’uno sforzo mentale come d’un qualunque atto d’energia. Da più d’un mese egli trascinava una vita desolante, senza ordine, senza idee, senza occupazioni, che simile non avrebbe mai supposto di poter tollerare; e, non ostante l’immenso vuoto, i giorni volavano, si disperdevano nel nulla con una rapidità portentosa. Pareva che fosse sopravvenuta in lui un’altra personalità nel luogo della sua propria, una personalità primitiva, elementare, che poteva pascersi di semplici sensazioni, svolgersi naturalmente senza il sostegno d’un’idealità o d’un’ambizione, accettare oscuramente l’umiltà della sua essenza, creata per uno scopo a lei inconoscibile.
Malato di corpo egli certo non era. Al contrario, godeva una salute nuova, non mai avuta, resistente a ogni fatica fisica, a ogni più grave trambusto morale: il suo sangue fluiva libero e gagliardo nelle vene; i suoi muscoli s’irrobustivano; il suo viso, di solito pallido e sfiorente, sfoggiava vivacità di coloriti, freschezza di carni, limpidità di sguardi, ch’egli sùbito dopo l’adolescenza aveva perdute. Assolutamente, doveva riconoscerlo, non era mai stato così bene come in quel tempo; non mai s’era sentito così sano, così forte, così leggero. E l’aspetto esterno quanto l’interno benessere escludevano quei disturbi al sistema nervoso, ch’egli tante volte aveva addotti, illudendosi, a giustificazione della sua inerzia spirituale. «Ma dunque, non poteva esserne questa stessa la causa?» egli si domandò. «Il suo mutamento di carattere, d’abitudini, di tendenze non dipendeva forse da quell’insperato ritorno della salute, da quel soverchio rigoglio di giovinezza, da quella specie di tarda primavera che gli fioriva di nuovo maravigliosa nelle fibre?»