Egli sorrise, scotendo malinconicamente il capo. — Ohimè, no, no, non era più il tempo d’illudersi: colpevole è quell’illusione che può per altri divenire un inganno! — Egli ben sapeva che la vita oziosa e spensierata di quei giorni non conseguiva dalla salute, ma piuttosto questa da quella. Egli sapeva che altra era la causa vera di tutte quante le novità che l’occupavano: omai dopo le commozioni della sera precedente, dopo gli strani turbamenti dell’ultima notte, essa gli appariva più che possibile, necessaria, evidente, irrefutabile. Bisognava però proferire la gran parola; bisognava riconoscere la grande cosa; bisognava confessare coraggiosamente la propria fragilità: «Egli amava; egli, al meno, stava per amare!»

Nessuna confessione sarebbe stata per Aurelio Imberido più grave e più incresciosa di questa. Nelle sue teorie di filosofia pratica, l’Amore rappresentava una degradazione, una vilificazione della personalità, un’indegna rinuncia della propria superiorità di vita e di pensiero; l’Amore era la funzione bruta e immonda, comune a tutti gli esseri vivi, che indicava chiaramente l’ignominia delle nostre Origini, — che rammentava il Passato bestiale, la lenta evoluzione della putredine terrestre verso un progresso apparente, verso un perfezionamento relativo e inutile delle Specie, legate pur sempre alle basse necessità dell’esistenza, sempre sottoposte alle leggi incommutabili che regolano il trasmutare della materia organica. Egli negava risolutamente ogni elevazione morale nell’Amore: avendo a lungo meditato su i libri di storia e su le opere d’arte, s’era convinto che tutte le più celebrate passioni erotiche avevan distrutto e non mai edificato, erano state la ruina d’uomini insigni e di stirpi gloriose, avevano sparso in torno l’infelicità, la sventura, la morte. E, osservando quotidianamente i casi comuni della vita, aveva appreso che il sentimento dell’amore, cantato dai poeti, magnificato dalle masse, non era in verità se non il desiderio tantalico dell’amplesso, un impulso veemente verso l’atto finale, una fiamma selvaggia e divoratrice che l’indugio rinfocava e il possesso come per incanto spegneva, coprendone pietosamente con le ceneri l’ardore fittizio dei sonanti vocaboli, delle vane promesse, dei propositi generosi e sublimi.

Ma non ancora per queste considerazioni astratte Aurelio Imberido temeva e respingeva l’Amore: era in vece per l’influenza malefica ch’esso esercita su gli uomini d’intelletto, su i lottatori per l’Ideale, in ispecial modo su quei Pochi capaci di belle imprese e di superbi disegni. Caduti nel dominio della passione, sorpresi dal primo brivido della sacra febbre, questi come gli altri tutti dimenticano facilmente la loro missione, i loro doveri, i loro scopi; divengono indifferenti a ogni lusinga gloriosa, ribelli a qualunque fatica e a qualunque arduo tentativo; non vedon più con i loro occhi mortali che l’Oggetto unico onde dipende omai la loro salvezza o la loro perdizione. Da quel punto lo spettacolo del mondo s’eclissa; l’esistenza diventa per essi un’azione continua e affannosa; i loro pensieri e i loro fatti non tendon più se non al successo sessuale, all’egoistica conquista del Piacere. E gli Eletti, dalle altitudini a cui s’eran levati, retrocedono precipitando verso le bassure originarie, smarriscono ingegno e volontà, vanno a confondersi fatalmente con gli infimi, occupati a vivere, a godere, a conservare per proprio diletto la Specie che non deve finire.

Quante ascensioni interrotte! quante carriere sviate o infrante! quante energie disperse! quante primavere gelate! Quanti fiumi, gonfii da fecondare immense contrade, s’inaridirono sul seno della Donna, nudo, morbido, cocente come le sabbie d’un deserto! Questa, l’eterna Sirena, non comprese e non ammirò mai gli esseri superiori, o troppo forti o troppo belli: li umiliò, disamandoli, e, amandoli, li distrusse. Così, inconscia, compì nei secoli la sua terribile missione espiatrice, ridendo, scherzando, cercando per giuoco la voluttà e la prole; e non ebbe pure un palpito di riconoscenza o di pietà per le sue grandi Vittime, quando le vide, già prossime a entrare nel paradiso conquistato, accontentarsi ancora del misero destino comune e avviarsi, per amore di lei, verso le Terre dell’Oscurità e della Morte!

Queste profonde cose il giovine ripensava in confuso, vagando con gli sguardi sul calmo paesaggio lacustre, pieno di luce e di gajezza. Alcune vele quadrate apparivano qua e là, dirette verso settentrione, così tarde da sembrare immobili. Un piroscafo presso Intra lanciava nell’aria un’enorme colonna di fumo nero, che si torceva in grosse spire senza dissolversi. Le nevi del Sempione, in fondo alla valle velata, erano pallidamente celesti e parevan fondersi nell’orizzonte.

«Ed io amo!» egli esclamò d’un tratto, interrompendo il corso delle idee generali: «io, al meno, sto per amare!» Se pure la grande passione, che inebria i sensi e offusca l’intelletto, non era peranco scoppiata, i sintomi precursori, manifestatisi in lui, non eran dubbii e l’annunziavano vicina; e alla stregua di quei sintomi il morbo doveva esser fatale! — Occorreva dunque trovar sùbito un rimedio per prevenirlo in tempo, per arrestare il progresso dell’infezione, per riacquistare al più presto la sua salute morale e la sua incolumità. Ma quale, quale rimedio?

Il più sicuro era ineffettuabile: egli non poteva lasciar la villa senza la nonna sua, ed era certo che questa non l’avrebbe seguíto, anzi che avrebbe contrastato il suo proposito con tutte le forze. E, rimanendo, come avrebbe egli potuto evitare ogni occasione di ritrovo con le signore Boris e specialmente con Flavia, che forse ora, desiderandolo, lo avrebbe cercato? — E pure questo era necessario e doveroso: necessario per la sua pace e per il suo avvenire; doveroso verso la giovinetta, che poteva illudersi su le sue intenzioni e soffrire immeritatamente per la sua debolezza.

Ma se la nonna o l’abitudine o la sorte lo avessero ricondotto presso di lei? Se si fosse trovato un’altra volta solo con lei in uno di quei momenti di tristezza e d’abbandono, in cui non si risponde dei proprii atti e delle proprie parole? Se la catena fosse ribadita un giorno, inaspettatamente, con una frase, con un gesto, in sèguito a un movimento repentino e concorde delle due anime già pronte a fondersi? Ciò non era fuori della possibilità: il cammino degli uomini non è quasi mai segnato dai grandi fatti, preparati di lunga mano e pazientemente voluti; ma dai piccoli episodii imprevisti, dalle circostanze sempre mutevoli, dalle risoluzioni subitanee e inconsiderate, che impongon poi serie responsabilità e provocano, come dirette conseguenze, gli avvenimenti più gravi e decisivi della vita!

In tal caso, egli da un momento all’altro si sarebbe trovato di fronte a un fatto compiuto, all’irreparabile, all’oscuro problema dell’amor casto, della passione corrisposta e insodisfatta, al bivio spinoso della conquista estrema o dell’estrema rinuncia!

Lentamente, trascinato dall’ardore dell’imaginazione, egli si diede a esaminare questa possibilità, come già si fosse avverata; a sviscerare con sottile analisi il problema, per ricercarne tra le varie soluzioni quella che sola avrebbe salvato insieme il suo Ideale e la tranquillità della sua coscienza. Pensava: «Io potrei sempre fuggirla, anche più tardi, anche quando fosse sopravvenuto un accordo esplicito tra noi: la partenza dalla villa mi separerebbe necessariamente da lei, e il tempo e la lontananza sanerebbero poi ogni ferita. Ma, secondando in questo modo gli eventi, non commetterei un’azione obliqua e sleale? Non mi farei complice d’un inganno consapevolmente, volontariamente, colpevolmente?» Aurelio si rammentò di quell’Altro, del primo adoratore di Flavia, il quale aveva agito precisamente così ed egli aveva con tanta severità giudicato; ed ebbe un moto di rivolta morale contro sè stesso, contro il suo pensiero che s’era per un istante compiaciuto nella certezza d’una comoda liberazione. «Ah, no, no! Io questo non farò mai! Non mi sottrarrò mai per paura o per calcolo alle responsabilità assunte! Io sono diverso, sostanzialmente diverso da codesta gente borghese, che pecca per debolezza e si rinfranca per viltà. Altro sangue scorre nelle mie vene; e altra legge presiede alla mia condotta. Se un giorno per disgrazia dovessi trovarmi legato a Flavia da una promessa, da una semplice confessione d’amore, saprei senza dubbio sopportarne con dignità qualunque conseguenza... Ma qual conseguenza? «Flavia era zitella, in quella età nella quale tutte le speranze e tutte le forze della donna tendono a toglierla dalla casa paterna per creare una casa propria, per ottenere da un nuovo stato l’indipendenza di sè stessa e la direzione d’una famiglia. Ogni intesa sentimentale con lei presupponeva dunque una conclusione unica e necessaria; egli, confidandole il suo amore, si sarebbe moralmente obbligato a darle il suo nome, a chiamarla compagna della sua vita, a consacrarle intero il suo avvenire; egli, salvo casi imprevedibili, avrebbe dovuto sposarla!