«Sposarla?!» egli esclamò stupefatto dal suono stesso della parola, levandosi d’un tratto a sedere. Ed ebbe una specie di sussulto intimo istintivo, simile a quello che si prova talvolta quando, camminando distratti per le vie, ci sembra d’udire improvvisamente il rullo minaccioso d’un carro dietro le spalle e ci si avvede poi, rivolgendoci spauriti, che il carro passa senza nostro pericolo dall’opposto lato della strada. Aurelio sorrise sùbito del suo stupore ingiustificato e del suo atto repentino: la sola enunciazione della cosa gli parve così enorme e quasi così assurda che assunse, nel suo spirito calmo e sereno, aspetto ridicolo.

«Che cosa buffa, la vita!» egli si disse, sogghignando e scotendo il capo: «Sposarla?! In verità, basterebbe quest’unica prospettiva a tenermi recluso nella mia camera per un anno intero!»

Il suo pensiero, abituato alle gravi meditazioni, parve sdegnare l’argomento che non era a bastanza serio e positivo; si distrasse per qualche istante nella contemplazione delle cose remote, del lento declinare dei colli dalla parte d’Arona, dove il lago sembrava allargarsi infinitamente come un mare morto. Il vento cessava: le barche calavano le vele a una a una, malinconicamente, e prendevan da lontano l’apparenza d’insetti bizzarri che camminassero a passi faticosi sul piano delle acque. Il piroscafo, ingrandito dalla vicinanza, entrava fischiando nella baja di Laveno.

Di nuovo però, dopo la percezione della pace circostante, Aurelio, (proprio come chi abbia temuto un pericolo anche imaginario), fu tratto a mano a mano, senza volerlo, a costruire compiutamente quella vaga possibilità e a considerarla con riflessione, quasi fosse già sul punto d’effettuarsi. — Chi era dunque costei? Egli la conosceva da poco tempo e poco la conosceva: era per lui un’estranea, un’ignota piombata d’improvviso nella sua esistenza per impadronirsi d’una parte del suo essere, per contendergli la libertà del suo tempo, forse per troncare il filo del suo destino. Nelle ore che aveva vissute con lei, ella gli era bene apparsa sotto le forme esteriori più lusinghevoli, ma nulla gli aveva rivelato dell’anima sua, de’ suoi gusti, de’ suoi istinti, de’ suoi desiderii, della sua intima essenza. Era ella buona? era sincera? era pura? Non celava forse, sotto la dolcezza del sembiante e l’innocenza degli sguardi, la vergogna o la smania insodisfatta d’un fallo, la maligna curiosità della donna indifferente o la terribile leggerezza della donna vana, desiosa di lusso, di piaceri, di licenza? Aveva veramente amato quell’Altro? Cedeva ora di nuovo alla passione, o la fingeva per giuoco e per vanità? Era dunque capace d’amare, di sacrificarsi, di comprendere e d’offrirsi? — Egli non sapeva nulla, nulla! E quel lembo stesso del suo passato, che gli aveva voluto scoprire, lasciava l’adito a mille supposizioni diverse, non rendeva se non più oscuro e inquietante il mistero della sua bellezza.

E la sua famiglia? Era essa degna d’imparentarsi con lui? I Boris erano d’infima origine: insòrti solo da pochi anni dal torbido gregge degli umili, essi erano giunti rapidamente all’agiatezza e forse omai all’opulenza per le vie tortuose della speculazione e dell’intrigo. Il padre Boris, che portava il titolo d’ingegnere senza esercitarne la professione, era notissimo in Milano come amministratore d’alcune grandi famiglie e come iniziatore di parecchie imprese più o meno fortunate. Coinvolto nei più gravi disastri finanziarii, che avevano scosso negli ultimi tempi la metropoli lombarda, egli n’era sempre uscito senz’onta e senza danno, acquistando anzi, a traverso le stesse disavventure della sua instancabile avidità, reputazione e stima sempre maggiori. Ora al sommo della possanza, egli ambiva a divenire un uomo pubblico, a conquistare un posto autorevole, a insediarsi comodamente al Comune tra i degni rappresentanti del Popolo che lavora e che soffre. Attivo, astuto, intraprendente, egli poteva dirsi il tipo perfetto della nuova classe dominatrice, che sa sfruttare con esperta mano il giovine albero della libertà; egli era veramente l’incarnazione della odierna borghesia trionfante, sorretta da un egoismo feroce, capace di qualunque simulazione, prosternata fino a terra d’innanzi all’altare dell’Oro.

Per un uomo simile, il matrimonio dell’unica figliuola con un nobile d’illustri origini, sarebbe stato certo il coronamento d’un gran sogno, il trionfo più insigne di sua vita. Con ogni probabilità, in quel giorno, avrebbe in fine aperto i forzieri gelosi, dov’era andato accumulando il frutto della sua perspicacia, e dai lastrici, pazientemente battuti anche negli anni della fortuna, si sarebbe compiaciuto di veder trascorrere in cocchio per le vie popolose la contessa sua figlia, rifulgente di beltà e d’orgoglio. — Ma poteva egli, Aurelio Imberido, accettare un contratto di quel genere? Poteva vendere il suo nome alla vacua ambizione d’un plebeo arricchito? Ed era certo che Flavia lo avrebbe sposato per lui e non per la vanità, comune a tutte le femmine, di divenire la moglie d’un nobile?

Aurelio pensò alla rovina economica e sociale di tante magnifiche schiatte, private nell’ultimo secolo d’ogni potestà, scomparse lentamente nelle tenebre per lasciare il posto ai nuovi venuti; pensò alla sua stessa famiglia, già un poco corrotta nel sangue, piombata nell’indigenza, forse vicina a scomparire per sempre con lui dalla faccia della terra. E per un istante l’idea d’un figliuolo, d’un erede, d’un continuatore occupò tutta la sua mente; fece tacere in lui ogni scrupolo morale, ogni timore, ogni objezione dell’amor proprio. Non aveva egli un dovere da adempiere verso i suoi maggiori, che gli avevan trasmesso un nome glorioso e un’impronta profonda di superiorità? Non era egli in obbligo di conservare quel nome e quell’impronta alle generazioni venture? E perchè dunque non avrebbe seguito l’esempio di tanti suoi pari, i quali, spogliati dei loro averi e delle loro attribuzioni, s’erano risollevati, accettando un’alleanza di sangue con quegli stessi che li avevano sopraffatti?

«Ah, no, no!» egli gridò d’un tratto, in una ribellione di tutta la sua coscienza. Quei suoi pari egli aveva sempre disapprovati; li aveva anche condannati ne’ suoi scritti come i più acerrimi nemici della tradizione aristocratica; poichè, portando un nome superbo, lo avevano esautorato e avvilito, mercanteggiandolo, cedendolo su la piazza al maggiore offerente. I figli di costoro, se pure potevan chiamarsi per forma i legittimi discendenti di stirpi illustri, avevan però nelle loro vene un sangue spurio, eran bastardi creati da un connubio ineguale, espulsi da un alvo plebeo, cresciuti in un ambiente corrotto. La nobiltà non aveva più alcuna ragion d’essere, se non cercava di mantenersi immune dal contagio borghese, se non sapeva conservarsi estranea e indifferente al trionfo fittizio dei finanzieri e dei bottegai. Questi eran riusciti a usurparne le ricchezze? la nobiltà, per riconquistarle innanzi tempo, non doveva, no, cedere ad essi il più sicuro de’ suoi privilegi: quello del nome e del sangue.

Così l’Imberido aveva crudamente asserito in uno degli ultimi articoli pubblicati su la Rivista, che tante discussioni e tante critiche aveva sollevate tra i suoi stessi ammiratori. Ora, che valore avrebbero poi avuto la sua parola e il suo apostolato, quand’egli avesse in tal guisa trasgredito alle sue massime sociali? E con che severità l’atto contradittorio sarebbe stato giudicato, non solo dagli avversarii, ma dai medesimi suoi amici? Certo, tutto il suo piano sarebbe d’un colpo crollato sotto il peso della diffidenza e del ridicolo, e le macerie avrebbero sepolto per sempre il suo decoro e la sua ambizione. Sarebbe in sèguito bastata la ricchezza a compensarlo di tanta perdita? E avrebbe egli potuto sopportare un’esistenza da parassita gaudente nella casa d’un estraneo? Ahimè, egli non avrebbe durato un mese in una condizione simile: con il suo orgoglio e con la sua ombrosità, in ogni sguardo della moglie o del suocero avrebbe letto un tacito rinfacciamento, un’affermazione di padronanza su di lui, un’intenzione di sindacato su le sue azioni, assolutamente intollerabili. Egli, per sottrarsi alla tortura umiliante dei sospetti e dei rimproveri, sarebbe andato ben presto alla ricerca d’un guadagno, d’una qualunque occupazione proficua, del più umile degli impieghi. E così la sua vita si sarebbe consumata inutilmente in opere ingrate e ingloriose, al contatto di gente diversa da lui, tra i rimpianti implacabili d’un bel sogno volontariamente distrutto.

«No!» egli esclamò, concludendo quel sèguito serrato di considerazioni. «Io non mi credo degno d’una tal sorte! Io non mi voglio trovare nella necessità morale di sacrificarmi! Suprema jattura sarebbe per me s’io sposassi Flavia: io debbo dunque fin d’ora evitarla, fuggirla, dimenticarla.»