La sua mente era stanca; la luce intensa del pomeriggio, che s’insinuava a poco a poco tra i fusti sottili, aveva appesantite le sue palpebre. Il giovine chiuse gli occhi, s’abbandonò con un moto lento, supino su l’erba, sostenendosi il capo con le due mani intrecciate dietro l’occipite.
Una gran calma si faceva dentro di lui: il suo pensiero, affaticato dal lungo dibattito, ottuso dalla canicola, parve distendersi mollemente, come il suo corpo, in un’inerzia sonnolenta. Qualche imagine vaga e indistinta si rifletté per un attimo su lo sfondo rossastro delle palpebre abbassate, si modificò, si trasformò, disparve. D’un tratto il sembiante di Flavia, sorridente e con gli sguardi luminosi, si disegnò ben chiaro nello spazio fantastico, e diede una sùbita accelerazione ai palpiti del cuore. Alcune parole risonarono disperse nel silenzio del suo cervello, come proferite all’orecchio di lui da una ben nota voce femminea: «Ho amato e non amerò più.....» Poi, sùbito: «È vero: gli assomiglia negli occhi, nella bocca, specialmente quando parla e ride...» In fine: «L’avevo mal giudicato. Ella in vece è un uomo di cuore, di molto cuore.....»
Egli si scosse con un movimento brusco di tutto il corpo, aperse gli occhi, li fissò, abbacinati e come ciechi, d’innanzi a sè, sul paesaggio inondato dal sole.
Il più piccolo romore non rompeva il sonno della natura: non un soffio di vento, non un murmure d’acque, non una voce, non un latrato, non un’eco di lavoro lontano.
Istintivamente, offesi dal chiarore, i suoi sguardi s’abbassarono verso il suolo: a pochi passi da lui, su una zolla nuda tra i ciuffi arsi dell’erbe, giaceva riverso il corpo esanime d’una grossa lucertola con il capo schiacciato. La minuscola spoglia, abbandonata dal destino in quel luogo deserto, attrasse l’attenzione del giovine. Egli pensò, osservandola, alla fragilità di tutti gli organismi viventi, all’inutilità d’ogni esistenza, al potere formidabile della Morte, che nessuno risparmia, che ogni essere indifferentemente colpisce. Contava egli nell’armonia dell’universo più di quella semplice creatura inconscia, che il piede d’un fanciullo era bastato ad arrestare d’un tratto nel suo cammino e a distruggere? Aveva egli una sorte diversa dalla sua?
Una profonda mestizia l’invase. Egli sentì il tempo fluire irreparabilmente, le cose disperdersi nella vanità dello spazio, le ambizioni e i desiderii perire. Egli sentì che la vita è triste, e che oltre la vita son tristi anche le speranze.
E una voce ammonitrice gli disse:
«Guardati dalla Chimera! Il tuo sogno è fastidioso, è stupido, è vano. Affrèttati, giovine, a godere quello che la realità ti offre, prima che le tenebre ti circondino.»
E la stessa voce sùbito dopo soggiunse:
«È vero che la vita è breve, e i suoi piaceri son caduchi e velenosi. Perché dunque vivere di realità e non d’illusioni? Un giorno tutto sarà nulla: che importerà allora se tu avrai goduto o avrai solamente sognato?»